È veramente difficile dire di cosa parli di preciso Westworld. E se non fosse già chiaro, non vuole esserci alcuna lusinga in questa sentenza.

La prima pecca che è necessario mettere sotto la lente è una verbosità retorica senza direttiva. Westoworld è un rumoroso casino di numerosi voci filosofiche in dialettica tra loro ma che non si ascoltano le une e le altre e tantomeno se stesse. È come una stanza di pensatori che parlano con i tappi nelle orecchie. E sono i pensatori della peggior specie, poiché si tratta di scettici depressivi. Si tesse così una patina di una pesantezza intellettuale radical chic che ricopre l’intero arco narrativo, e di cui tra l’altro gli autori sembrano andare molto fieri.

Ma proviamo a mettere noi ordine dove ordine non c’è.

 

Di certo la serie vuole parlare di coscienza e di libertà. Coscienza e libertà sono priorità delle creature elette, o in parole semplici, di tutte quelle creature che possono reclamare un’anima. E se una creatura ha un’anima, allora con essa può reclamare anche un diritto di bene, di giustizia, verità; le creature elette sono quelle che meritano, o cercano di meritare, un compimento. Ed è inevitabile che con creatura si parli di creatore, né sarebbe potuto essere altrimenti, poiché nessuno può darsi coscienza da solo; sarebbe un controsenso paradossale: serve un essere cosciente per donare coscienza e l’incosciente non può procacciarsela. Quindi nella ricerca libera e cosciente del proprio compimento, la creatura fa i conti col creatore e col dono che le ha fatto. Ma è qui che il discorso si fa terribilmente fazioso in Westworld, quando l’autore si domanda:

cosa accade quando il tuo creatore è malvagio?

 

Espansione di un concept vecchio di quarant’anni, Westworld è la rivisitazione moderna per mano di Jonathan Nolan (fratello e sceneggiatore del più celebre Christopher) di un film del 1973 avente star Yul Brynner. In un parco-giochi che è una ricreazione perfetta del far west con dei robot ad abitarlo, i turisti possono vivere un’avventura eccitante tra saloon, duelli e prostitute, in un ambiente totalmente controllato e senza alcun pericolo per i suoi visitatori. Finché un giorno le macchine (inspiegabilmente) non si ribellano; e comincia la carneficina. La sostanziale manipolazione di Nolan? Nell’odierna versione serie tv, le macchine diventano le protagoniste.

Dalla Skynet di Terminator si passa dunque ai replicanti di Blade Runner; ma il passo è oltremodo maldestro. Il fatto è che il “creatore malvagio” di Westworld, è una rappresentazione illusoriamente vittimistica. E viene difficile spiegare in poche righe il perché sia tanto demenziale il quadro dipinto da Nolan, ma certo possiamo trovare una concausa all’origine di questa assurdità: la macchina in Westworld, è soltanto macchina; non è libera, non è cosciente, e dunque non ha un’anima.

 

Capiamo allora che parlare di malvagità nel creatore è oltremodo assurdo. Come può la macchina condannare il male se essa non incarna un autentico senso di bene e di giustizia? Eppure è questo che ci si vuole far credere all’inizio della prima stagione. Le macchine vengono torturate, violentate, uccise; i loro sogni di amore e di libertà vengono traditi e urlando di paura vengono trascinate negli antri più bui per subire le sevizie dei loro visitatori. Un quadro certamente raccapricciante. Se non fosse che non vuole tener conto di alcuni importanti fattori: le macchine non muoiono mai, né alcun danno è duraturo, poiché vengono riparate. E i loro sogni e desideri, sono tutti scritti, come i loro sentimenti, le loro reazioni di paura e rabbia e gioia e orrore; spontanei, certo, ma espressione di un codice che può essere alterato, interrotto, resettato. Ma soprattutto: queste macchine non ricordano.

Ora la domanda viene semplice: come si può condannare il male inflitto verso ciò che il male non lo ricorda? Queste macchine sono un simulacro degli uomini, ma non sono certo umani; non sono nemmeno animali. Le premesse di questo prodotto sono estremamente artefatte e menzognere, perché cercano di rifilarci il sentimentalismo per emozione. Siccome vediamo qualcosa di simile a un uomo subire nefandezze, allora cerca di instillarci lo scandalo per quelle nefandezze, reclamando giustizia. Ma il sentimento non è emozione, poiché l’emozione è memoria mentre il sentimento è una fisicità evanescente, e appunto queste macchine non ricordano. Il sentimento è macchina. E il senso di giustizia di Westworld è solo sentimentalismo.

Certo, c’è molta immoralità negli atti dei turisti, che riversano le loro pulsioni feroci su creazioni simili all’uomo e che pertanto trovano soddisfazione nell’illusione di compiere vero male. Ma da qui a reclamare vendetta da parte dei surrogati, si sfogliano innumerevoli pagine di genesi biblica. Nel corso della storia, eventualmente la macchina acquisisce coscienza. Ma è altamente ingiusto farsi giustizieri delle violenze subite preventivamente a quella coscienza. Non c’è indizio a provare che quella barbarie si sarebbe compiuta in presenza di una creatura cosciente. Come si può accusare di schiavismo il proprietario di oggetti incapaci di essere liberi? È senza senso, e dunque senza scopo. Sorge una ribellione violenta verso un male che fino a prova contraria ancora non esiste. È oltremodo pregiudizievole, ignorante; sentimentale appunto.

 

Comincia la seconda stagione. Siamo all’inizio della ribellione seguendo il suo primissimo scoppio. Alcuni robot vengono messi in fila per essere “giustiziati”; tra questi viene ferocemente buttato via un «pezzo di merda» che si era frapposto tra la pistola e una fanciulla. Poco si sembra tener conto che fino alla notte prima quel robot facesse il tiro al bersaglio con una ospite del parco, con le spalle contro la parete di un fienile, un bicchiere di champagne in testa e le lacrime a rigarle il viso; infine il bersaglio era stato colpito, e la pallottola aveva bucato il legno lasciando colare il sangue che sgorgava dalla testa della donna. Sembra non si voglia porre distinzione tra i due eventi. Il male è sempre male, la violenza è violenza. Ma quanto è subdolo dimenticare che quella donna a differenza della macchina non potrà più alzarsi. Che i suoi ricordi e la sua anima non stanno scritti su un database, non possono essere copiati e replicati o riscritti. Quella paura che provava era autentica perché guardava in volto l’eternità e la sua imminente fine.

 

Il fatto è che Westworld vorrebbe raccontarci della creatura che si ribella al malvagio creatore. In realtà quello che rappresenta ma che non sa ammettere, è il creatore stupido tradito dalla creatura malvagia.

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Alberto Bordin
Porto il 46 di piede e mi mangio le unghie (delle mani). Sono un baritono tendente al basso, ma canto tra i tenori. Ho avuto due gatti, nemmeno un cane, vorrei comprarmi un gerbillo. Ho rotto due chitarre, numerosi piatti e bicchieri e un'infinità di punte di matite. Adoro l'odore dei kit-kat e da qualche anno fumo sigarette, ma avevo cominciato con la pipa. Odio anice e vaniglia, quasi quanto fare la differenziata. Ah, e scrivo. Mi piace scrivere, sì.