Il codice Beinecke 408, meglio conosciuto come manoscritto Voynich, è senza alcun dubbio uno dei più affascinanti misteri insoluti dell’umanità.

Donne nude che si bagnano in vasche d’acqua verde, finti erbari con disegni di piante immaginarie, segni dello zodiaco e mappe astronomiche si alternano sulle carte di questo codicetto, datato al carbonio ai primi del Quattrocento e conservato alla Beinecke Library dell’università di Yale dal 1969.

Senza nulla togliere ai suggestivi disegni, la maggiore attrazione del VMS è senza dubbio la sua scrittura. Pur essendo leggibilissima, composta di caratteri che ricordano molto da vicino l’umanistica latina, essa è indecifrabile e non corrisponde a nessun linguaggio umano conosciuto.

Per farsi un’idea basta scaricare dal sito web della Beinecke la riproduzione a colori del manoscritto. Anche il recente volume The Voynich Manuscript, a cura di Raymond Clemens, che riproduce fedelmente – e a un prezzo più che accessibile – le 116 carte di cui il codice è costituito, rappresenta un oggetto irrinunciabile per qualunque bibliofilo.

Il manoscritto prende il nome dal collezionista polacco Wilfrid Michael Voynich, che lo acquistò in Vaticano nel 1912 e lo portò con sé negli Stati Uniti. Il VMS, che il suo proprietario chiamava affettuosamente brutto anatroccolo, durante le due guerre mondiali fu guardato con sospetto dall’FBI per la sua possibile ascendenza ebraica o bolscevica. Quando Voynich morì, nel 1930, i necrologi lo celebrarono come erudito e poliglotta, ma studi più recenti lo ritraggono come una spia e un falsario, un uomo ambiguo, amante del pericolo e latore di segreti oscuri (Arnord Hunt).

Voynich, la soluzione dell'enigma arriva dalla Lettonia?

Con il Voynich continuano a misurarsi studiosi di tutte le nazionalità. Negli ultimi anni, si sono rincorse diverse teorie, una più assurda e meno verificabile dell’altra, dalla lingua aliena all’origine ebraica o mesoamericana, dall’erbario a uno scherzo partorito dalla mente di un umanista burlone, a un falso. Per l’ATA Team Alberta, guidato da Ahmet Ardiç, il Voynich sarebbe scritto in antico turco e conterrebbe ricette, poesie e consigli per il raccolto. La teoria dell’ATA Team è stata sottoposta nel febbraio 2018 alla rivista della John Hopkins University, senza finora ottenere nessun avallo scientifico.

Volendo approfondire l’argomento contatto Konstantin Hamidullin, programmatore trentacinquenne di Riga, uno dei più attivi in merito al Voynich sulla piattaforma di condivisione e divulgazione scientifica Academia.edu.

 

 

Konstantin, quando ti sei imbattuto nel Voynich?

Ho sentito parlare per la prima volta del Voynich nel 2015 e ho iniziato a lavorarci attivamente dall’anno successivo. Ricordo di essere rimasto colpito da un grafico presente sulla pagina web di Jorge Stolfi. Forse le parole sono tutte codici binari in base 9.

Cosa ti affascina di più?

L’aspetto più intrigante è che sia un testo così ampio ma ancora non decodificato. Praticamente nulla è certo, quando si parla del contenuto del Voynich.

Come funziona il tuo sistema di decodifica?

Secondo me, il testo è scritto in una qualche forma di latino medievale: ogni parola in “voynichese” corrisponde a una parola latina da cui sono state omesse le vocali non accentate.

Potremmo parlare di abjad o alfabeto consonantico, anche se probabilmente sarebbe più corretto chiamarlo aferesi [in realtà, l’aferesi corrisponde alla caduta di una vocale soltanto se in posizione iniziale n.d.r.]. Ma per decodificare il Voynich occorre procedere per fasi: innanzitutto, i glifi (grafemi o cluster di lettere) vengono accostanti a un suono della lingua latina, poi devono essere inserite le vocali mancanti. Naturalmente, ogni lettera può essere pronunciata in modi diversi. Ma soprattutto, ogni parola in “voynichese” può corrispondere a diverse parole latine!

Sicuramente siamo di fronte a una forma peculiare di latino. Ha gli stessi casi e suffissi del latino classico, ma spesso le parole finiscono in modo diverso, specialmente i verbi. Sono particolarmente frequenti i suffissi del diminutivo e il suffisso “āri”, che indica la forma passiva.

Fammi un esempio.

Una delle parole più presenti nel manoscritto è “daiin”. Io ipotizzo si tratti del pronome personale “illī”, che significa “egli” in latino medievale.

Sei soddisfatto dei risultati ottenuti?

Direi di sì. La mappatura dai glifi alle lettere è stabile e soddisfacente. Le traduzioni invece sono tutta un’altra storia, perché le parole in “voynichese” possono corrispondere a parecchie parole latine ed è veramente difficile indovinare di volta in volta quale sia quella giusta. Bisogna tradurre una bella fetta di testo per vedere i progressi. Da questo punto di vista c’è ancora molto da lavorare.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Tradurre interi paragrafi di testo. Oltre a questo sto lavorando a un programma di traduzione dal “voynichese” al latino. Si basa sul traduttore latino-inglese William Whitaker’s Words. La parte più difficile di questo lavoro è che non conosco la lingua latina e il lettone è una lingua baltica, non romanza.

Che idea ti sei fatto? Ci troviamo davanti a un falso, uno scherzo o si tratta di un originale?

Di sicuro il VMS è un manoscritto originale risalente al quindicesimo secolo. A mio parere, nella prima parte, l’erbario, l’autore si stava mettendo alla prova come disegnatore. La sezione cosiddetta balneologica è un tentativo dell’autore di fare pratica con la scrittura umoristica e con la pittura. In alcuni punti si prende gioco di varie lingue, tra cui il greco antico. L’ultima parte, quella con le costellazioni, sembra una sorta di diario di viaggio o memorie. Credo che le piante disegnate siano inventate e le didascalie di testo contengano appunti, pensieri, perle di saggezza, note di diario e la descrizione dei processi di pittura. Lo stile è diverso a seconda delle sezioni, ma scarterei l’ipotesi delle diverse mani. Con un po’ di immaginazione, il libro potrebbe essere stato scritto da un chierico che lasciò casa sua e vi ritornò soltanto dopo un lungo viaggio. Voleva creare uno stile di scrittura tutto suo e iniziò prendendo appunti, poi andò via via perfezionandosi.

A che punto sei con la traduzione?

È un work in progress. Al f. 36r. si legge: “Dall’acqua alla terra, viaggiando tra gli uomini, il vento muove aria calda. Cavalli lasciati a riposare, dopo averli scaricati. Torno a scrivere e ho dipinto queste foglie”. Più avanti, al f. 83v., secondo paragrafo: “Una parte di poesia, una parte di gioia. Ho finito il libro, è apparso un usignolo.”