Che oggi vi sia una crisi della politica è un dato più che mai evidente. O meglio forse occorre dire che la politica ha perso o stenta a riconoscere i suoi principi ispiratori. L’uomo politico oggi tende a confezionare i suoi discorsi sulla base dei sondaggi d’opinione che tastano (o pretendono di farlo) il polso della gente.

La logica conseguenza di tutto ciò è che diviene sempre più raro trovare parole che rimandino ad un principio costitutivo, solido e ben conosciuto che possa fare da motore per idee, programmi e in seguito anche azioni concrete.

Ma la suddetta crisi investe in realtà tutta la società civile e non concede scampo nemmeno all’ambito ecclesiale.

Infatti se notiamo i discorsi e i pronunciamenti degli ultimi anni è totalmente sparita dall’orizzonte la definizione di “principi non negoziabili” che venne mirabilmente sintetizzata da Benedetto XVI e che implicava la difesa, la promozione e la tutela della vita umana in ogni sua fase, della famiglia intesa come matrimonio tra un uomo e una donna e la protezione del diritto dei genitori ad educare i propri figli.

Tali principi nelle intenzioni del cosiddetto papa emerito dovevano essere alla base dell’intervento della chiesa nella vita pubblica perché insiti nella natura umana e quindi accessibili a tutti e al contempo illuminati dalla fede anche se non frutti esclusivi di essa.

Di certo se all’epoca Ratzinger avesse dovuto dar retta ai sondaggi quei principi sarebbero stati immediatamente cestinati e dimenticati, ma così non fu.

Per il pontefice allora regnante quegli stessi dovevano fungere da ispirazione per una riflessione culturale di cattolici e non cattolici che potesse dare luogo a nuove vie per la promozione dell’umano in un mondo che manifestava molte delle criticità che oggi ci troviamo a rilevare e vivere.

Riflessione che non doveva rinchiudersi negli sterili salotti di circoli chiusi, ma dare adito a linee programmatiche, chiare e concrete e che non escludeva una pluralità di vie purché fedeli all’ispirazione originaria.

Certo, per onestà va detto che a quelle enunciazioni di Benedetto non sempre corrispose una risposta convinta né del laicato e soprattutto (salvo rari casi) delle gerarchie ecclesiastiche, ma qualcosa si mosse comunque e i risultati sono stati anche le grandi mobilitazioni (in ambito culturale prima ancora che logistico) che hanno portato a manifestare un fermo dissenso su quei tentativi di ridefinire l’umano a partire dal matrimonio con il divorzio breve e la legge Cirinnà per giungere poi al recente disegno di legge sul biotestamento.

Ebbene quei movimenti di popolo sono stati vani e tale risultato è anche da ascrivere ad una mutata percezione ecclesiale su tali tematiche e quindi sui suddetti principi.

È innegabile che ad esempio sulle unioni civili sia del tutto mancato un appoggio (quando non è stato contrapposizione) da parte dei vertici ecclesiali e dello stesso papa Francesco (che potrebbe non essere stato informato adeguatamente e correttamente). È risaputo che il Pontefice non ha mai disdegnato di intervenire anche a gamba tesa quando lo ha ritenuto necessario e senza lesinare di fare nomi e cognomi. Così non è però stato per la legge sulle unioni civili dove i pronunciamenti che ci sono stati (e che non si possono e devono negare) sono arrivati o fuori tempo massimo con i giochi ormai conclusi o in contesti altri in cui tali riferimenti potevano cadere nel vuoto e non essere ricondotti ad una precisa situazione.

Ed anche sulla difesa e promozione della dignità della vita, pur nel ribadire più volte l’esigenza di andare oltre la cultura dello scarto (senza però mai entrare troppo nello specifico o facendolo solo per determinate categorie), i silenzi sono stati più che evidenti.

Emblematico il caso Charlie Gard con il silenzio prolungato rotto perché i telefoni di Santa Marta erano roventi per le migliaia di telefonate ricevute da semplici fedeli che chiedevano una parola, un pronunciamento ed un aiuto tangibile per quel bambino. Arrivò prima un tweet assai generico poi il portavoce della sala stampa vaticana riferì la disponibilità dell’ospedale Bambin Gesù ad accogliere il piccolo. Ma era tardi e comunque alcuna parola diretta fu pronunciata dal Papa. La delusione per il non intervento sul caso del bambino inglese era palese per chi in quei giorni frequentava i social ed i più diffusi canali di comunicazione, e non è da escludersi che il tweet e il successivo comunicato siano stati anche un correre ai ripari per una evidente perdita di consenso.

E quella vicenda non pare aver insegnato nulla se ad oggi, con il nuovo caso di Alfie Evans, i pronunciamenti papali siano per ora limitati ad un tweet che, per quanto importante, non ha la stessa risonanza di parole pronunciate su di un aereo, da piazza San Pietro o in un incontro privato con Scalfari, parole che il Santo Padre spesso ha riservato anche con toni forti ad altre situazioni. E anche in questa occasione i centralini di Santa Marta e del Vaticano continuavano a ricevere telefonate da almeno due giorni con la richiesta di battere un colpo senza dimenticare oltretutto che l’appello degli Evans era giunto oltre Tevere il 28 marzo scorso. Quale risonanza più grande poteva esserci di un venerdì santo in cui si celebrava la Passione e morte di Cristo accostandovi i nuovi crocifissi di oggi tra cui anche Alfie?

Ma senza voler insegnare ad altri il loro mestiere torniamo ai dati oggettivi.

Perché a fronte del tweet papale restano sulla carta le parole del presidente della pontificia accademia per la vita Mons. Vincenzo Paglia che ha esplicitamente definito il caso del piccolo Evans come accanimento terapeutico e non ci risulta che ne siano state chieste le dimissioni o che sia in qualche modo stato corretto.

Oltretutto lo stesso Francesco inviò in occasione di un convegno sul fine vita nello scorso novembre un messaggio a Paglia in cui ribadiva sì la dottrina classica della Chiesa in materia, soffermandosi però de facto sulla sola questione dell’accanimento terapeutico come fatto notare da acuti commentatori. E non è un caso che, anche se impropriamente come rilevato da molti, le parole di quel messaggio papale siano state utilizzate dal giudice inglese che ha decretato la morte per Alfie per giustificare tale decisione. In poche parole anche quel passaggio ha determinato non pochi problemi per il momento in cui è stato pronunciato e per i suoi contenuti quantomeno parziali e quindi più facilmente strumentalizzabili.

E che dire del disegno di legge sul fine vita, le cosiddette Disposizioni Anticipate di Trattamento? Anche in questo caso il silenzio ecclesiale (rotto da pochi ed isolati coraggiosi) è stato assordante e sarebbe continuato se il superiore generale della Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino don Carmine Arice non avesse denunciato i rischi concreti derivanti dalla legge e cioè che qualcuno potrebbe finire per decidere della sorte di chi è debole e indifeso. Allora è suonata (tardivamente) la carica e sono intervenuti Parolin e Bassetti invocando a gran voce l’obiezione di coscienza per le strutture cattoliche dimostrando così una miopia clericale non da poco e facendo bene attenzione a “non entrare nel merito della legge” giusto per non scontentare troppo i promotori.

Anche in questa situazione appare paradossale come si dedichi un tweet ad Alfie e prima ancora a Charlie per poi tacere su di una legge approvata in Italia a fine legislatura che potrebbe in futuro portare ad analoghe situazioni. E ci sia permesso di affermare come le lacrime di commozione di Emma Bonino e le lodi di Cappato avrebbero dovuto dire molto anche dietro alle mura leonine.

Potremmo poi citare i ripetuti endorsement di Avvenire ad una rilettura più “elastica” di Humanae Vitae sponsorizzata anche nell’accorato appello di Maurizio Chiodi a ritenere in certi casi un dovere morale il ricorso alla contraccezione.

Da tutti questi esempi e molti altri che cosa si ricava quindi?

A tratti pare di scorgere una chiesa incapace ormai di ispirare, ma semmai ripiegata sulla ricerca ossessiva di un consenso e quindi pronta a improvvisi e umorali cambi di rotta che finiscono per disorientare non solo i fedeli, ma anche coloro che dall’esterno osservano con interesse. Una chiesa che non pare più costituire un motore ed uno stimolo culturale (il che la dice lunga anche sulle prospettive di fede), ma che preferisce optare per una posizione “liquida” certamente più morbida e meno spigolosa, ma forse non così solida se pensiamo al racconto evangelico della casa sulla roccia.

E per essere chiari su questo punto, chi scrive non imputa al pontefice regnante la responsabilità di quanto descritto sopra, semmai riconosce che determinati atteggiamenti sono il prodotto e non la causa di processi iniziati tempo fa.

Una posizione, quella dell’autore di questo scritto, che non intende in alcun modo alimentare polemiche sedevacantiste o criminalizzare il Vaticano II, ma pur nella fedeltà di figlio non intende tacere perplessità, paure e criticità sull’operato di alcuni uomini che fanno apparire la Chiesa più come una matrigna che come una madre.

 

Eppure nonostante tutto vi è la profonda consapevolezza che non è la prima volta (e forse neanche l’ultima) che le onde paiono poter rovesciare la barca, ma essa è retta con forza e dolcezza allo stesso tempo da Colui che non la farà affondare.