Quando una storia riposa e si nasconde dentro un cassetto della nostra memoria è bene tirarla fuori? Aprire quel cassettino in modo che le parole suonino e armoniose raccontino ciò che racchiudono? «Tutti siamo fatti di storie». Sono le parole di Giuseppe Lupo, professore e narrastorie, in attesa di raccontare una storia in particolare, la più preziosa, quella che bisognava del «momento giusto».

Siamo alle porte del nuovo millennio, Babele Bensalem torna alla casa della sua famiglia, ormai vuota e disabitata, piena dei mastri che devono portare via i mobili. Sembra non ci sia nulla a parte «uno straccio a penzolare al filo di ferro», ma la casa, impregnata delle storie di chi l’ha abitata, inizia a raccontare.

«Sono loro, i muri, che sbadigliano come se si svegliassero da un letargo, pronunciano parole che si alzano e si abbassano, finiscono negli archi disegnati dalla musica e io cerco di afferrarle senza perdermi nulla»

Babele ascolta e, proprio quando torna per un ultimo saluto al nido di famiglia, recupera il passato attraverso le voci, imprigionate nei muri, dei suoi cari.

Un albero di stanze e un albero di storie è la casa Bensalem, e le storie che senza freno scappano dalle pareti sono quelle che, da sempre, hanno voluto liberarsi da quel cassetto della memoria di Giuseppe Lupo.

Le storie gridano per essere raccontate e infatti si rivolgono a lui, Babele, che fa il medico, un medico speciale che non ascolta con lo stetoscopio, ma con il cuore, perché sa bene Babele che i mali peggiori vengono dal cuore che soffre per non essere ascoltato. E le storie, la letteratura, hanno questo scopo: salvare la bellezza che guarisce da ogni male, come Babele salverà sé stesso dalla sua personale sofferenza.

Il viaggio che compie per arrivare a questa meta è dipinto con grande sensibilità da Lupo, capace con la leggerezza di un tocco d’ali, di narrare anche le storie più tristi (come la morte di uno dei personaggi, Primizia) e di portarci all’interno di una storia familiare che ricorda le fervide storie della Casa degli spiriti di Isabel Allende, o il realismo magico di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez.

In questo simile scenario prende vigore ciò che è l’albero maestro di tutto il romanzo: il rapporto fra padre e figlio che si perpetua di generazione in generazione.

Il patriarca diviene infatti origine e punto di avvio dal quale si dipanano i rami dei figli, desiderosi di partire e scoprire la loro strada. Un ramo maestro, però, resta sempre a raccontare la storia dei Bensalem, prima Redentore, poi Salutare e infine Forestino, ma anche Babele che, affacciato verso il nuovo millennio, saluta ormai l’albero di stanze – nato dalla mente e dalla forza delle braccia di bisnonno Redentore – ma si fa cantore della sua famiglia, perché ogni storia come questa merita di essere raccontata.