«“in principio era la Parola”. Ed eccomi già fermo. Chi m’aiuta a procedere? M’è impossibile dare a “Parola” tanto valore. Devo tradurre altrimenti, se mi darà giusto lume lo Spirito. […] Ecco che vedo chiaro e, ormai sicuro scrivo: “In principio era l’Azione!”»

 

Così diceva il Faust, già contaminato di quella folle scintilla che è l’orgoglio creativo. Azione. Faust che nell’immaginario della tradizione si fa padrone di un mondo costruito da lui, di un uomo nuovo costruito in alambicco. Azione, fare, creazione.

Forse la pena di Faust non è di osare troppo, ma troppo poco. Faust non è troppo creativo, forse non lo è abbastanza. Mette al centro l’azione e dimentica il Verbo. Ma non si accorge dunque che il Verbo “era”? Che il Verbo agiva nel suo semplice esistere. Il principio era dunque già Verbo e Azione.

La creazione è più creativa di Faust. Non è un esistere e un operare, ma si tratta di una realtà, che opera ed esiste. Il bacio creativo non si sottrae mai dal soggetto, non dimentica un chi in un qui e un ora.

Ed è per questa semplice constatazione, per questa profonda intuizione – che nemmeno possiamo sperare di capire, ma che ci trapassa le midolla – , è per questo che noi raccontavamo storie.

 

Forse lo facciamo ancora. Di sicuro ci sono ancora storie che vengono prodotte. Ma la nostra cultura contemporanea ha rigettato quell’intuizione midollare. Se avviene che qualche storia sia raccontata, pare quasi che accada per osmosi, per abitudine, come il riflesso involontario di un corpo ormai separato dalla sua testa. Ma non c’è più urgenza, parrebbe quasi ne manchi il bisogno.

Diceva Luca Doninelli in un articolo del 2013:

 

«La sola cosa che mi ha colpito all’ultimo festival di Sanremo è che le canzoni italiane non sanno più raccontare storie. Si parla di situazioni, di problemi, ci sono alcune riflessioni intime e molte chiacchiere insensate, e se c’è una storia […] occorre cogliere l’allusione, perché il semplice ascolto non basta.»

 

Non riguarda le sole canzoni. Fin nel nostro substrato sociale, ci siamo imborghesiti di un intellettualismo retorico. Sembra che abbiamo dimenticato perché raccontassimo storie, che abbiamo dimenticato perché ne avessimo fame.

Raccontavamo storie perché volevamo più vita della vita.

Usava – e forse usa ancora – ripetere Edoardo Rialti: «non ho bisogno di essere induista per vivere 1000 vite». Un romanzo era per lui una vita che altrimenti non avrebbe vissuto. Anna Karenina è una vita, l’Odissea è una vita. Ma così lo sono i film, le canzoni, le frottole da bar; persino le barzellette. In verità c’è più vita in una barzelletta che nei vacui pensieri che oggi ci si ostina a chiamare storie. È questo forse il nervo più ferito: non sono storie eppure son chiamate tali. Canzoni che non sono canzoni, film che non sono film, romanzi che non sono romanzi, ma che pretendono di imporsi nella cerchia, vaneggiando di essere nuove storie, nuove forme. Ma la verità è che non portano nulla in loro di ciò che questa sostanza ci ha sempre regalato. Oppure – ed è forse peggio – ne indossano le vestigia per poi tradirne senza vergogna la sostanza.

“In principio era il Verbo”, perché la realtà operava nel suo esistere. Oggi l’uomo contemporaneo si contenterebbe di “un principio di verbo e azione”. Una pura contemplazione astratta. Il significato che zampillava dall’essere è stato cristallizzato e va perdendo il suo odore. Presto smetterà di significare affatto.

Ascoltavamo storie la notte perché il giorno non ci bastava. Raccontavamo avventure perché la filosofia non ci saziava. Una sete infinita di mondi, viaggi, imprevisti, incontri, emozioni e vizi e virtù … e poi scelte. Volevamo vivere 1000 vite per poter scegliere mille volte. Perché non si può aderire a nient’altro che a ciò che accade. Vogliamo aderire alla realtà, a tutta la realtà, e per questo abbiamo bisogno di farla accadere, riaccadere; dobbiamo raccontarla.

 

Abbiamo bisogno di raccontare storie perché il Verbo che era al principio continui ancora ad essere. Partiamo in viaggio, nella speranza di incontrare l’Amore che move il Sole e l’altre stelle. E una volta faccia a faccia, riaffermare la nostra libertà, nella scelta di un abbraccio, adesi a tutta la vita che siamo in grado di chiedere.

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Alberto Bordin
Porto il 46 di piede e mi mangio le unghie (delle mani). Sono un baritono tendente al basso, ma canto tra i tenori. Ho avuto due gatti, nemmeno un cane, vorrei comprarmi un gerbillo. Ho rotto due chitarre, numerosi piatti e bicchieri e un'infinità di punte di matite. Adoro l'odore dei kit-kat e da qualche anno fumo sigarette, ma avevo cominciato con la pipa. Odio anice e vaniglia, quasi quanto fare la differenziata. Ah, e scrivo. Mi piace scrivere, sì.