Nell’anno del centenario dell’Appello ai Liberi e Forti, lanciato da don Luigi Sturzo insieme ad un manipolo di suoi sostenitori il 18 gennaio 1919, con cui è nato il Partito Popolare Italiano, si è riacceso il dibattito sulla presenza politica dei cattolici, su un protagonismo che gli ultimi venticinque anni hanno ridotto all’irrilevanza senza nessuna analisi degli errori, in capo ad una dirigenza sempre più autoreferenziale, compiuti nel tempo in cui si sono gettate le basi per una politica personalizzata, lideristica, volta alla disintermediazione per un rapporto verticale diretto capo-popolo/gente e conseguentemente populista (nel senso di illudere il popolo) con meccanismi conseguenti di scelta della classedirigente ridotti a banchetti, fedeltà,clik sui social.

Riflettere sul popolarismo, sull’appello, che non è stato un fatto improvviso apparso nella storia ma un passaggio di un processo lungo – basti pensare all’idea democratico cristiana espressa da Giuseppe Toniolo – e generativo di una grande storia, può essere utile per riprendere il bandolo della buona politica. Naturalmente non si può neanche disconoscere che ci si trovi dinanzi alla originale tradizione animata dall’impegno e dalla passione di tanti cattolici italiani come ben ricordato dal Cardinal Bassetti, Presidente della Cei, richiamando la lezione sturziana.

Per comprendere la strada intrapresa nel ’19 occorre però fare memoria sia della formula data da Papa Benedetto XV ossia “partito di cattolici”, perchè in Italia non è mai esistito il partito cattolico inteso come “braccio armato” della Chiesa, sia il celebre Discorso dal titolo “i problemi della vita nazionale dei cattolici italiani” di Sturzo, passato alla storia come il Discorso di Caltagirone. Il primo caso è utile per scongiurare due pericoli ben chiari a Sturzo: 1) il pericolo della confusione dei piani, quindi quello politico dove ci si fa parte e quello dell’evangelizzazione ovunque; 2) il rischio di integralismo ed arroccamento, scongiurato grazie ad una sana laicità cristianamente ispirata che è altra cosa rispetto al duplice laicismo di chi vorrebbe tacitare la Chiesa ed i fedeli relativamente alla visione sociale cristiana e di chi vorrebbe il clero non essere accanto all’impegno dei laici ma indifferente e chiuso nelle sacrestie a dispensare sacrementi (alla fine, in questo caso, ci si dimentica di ricordare che il fondatore e primo segretario del Ppi era un sacerdote di cui, tra l’altro, è in corso la causa di canonizzazione!).

Il Discorso di Caltagirone è importante perchè in esso si trovano le coordinate sussunte nell’Appello, l’elaborazione del pensiero popolare che non aveva a che fare, come oggi, con una frattura tra cattolici del sociale e cattolici della morale nata su uno spezzettamento ideologico del messaggio evangelico, in gran parte indotta dall’esterno e acriticamente accettato all’interno, che, di fatto disincarna la persona, ma sulla declinazione delle azioni politiche nella storia data e dunque sulla visione della cotruzione del progresso umano da non abbandonare alla nostalgia per il passato o alle ideologie. E’ interessante quindi riprendere alcune considerazioni di quel testo: “non la monarchia, non il conservatorismo, non il socialismo riformista ci potranno attirare nella loro orbita: noi saremo sempre, e necessariamente, democratici e cattolici. La necessità della democrazia del nostro programma? Oggi io non la saprei dimostrare, la sento come un istinto; è la vita del pensiero nostro. I conservatori sono dei fossili, per noi, siano pure dei cattolici: non possiamo assumerne alcuna responsabilità. Ci si dirà: ciò scinderà le forze cattoliche. Se é così, che avvenga. Non sarà certo un male quello che necessariamente deriva da ragioni logiche e storiche, e che risponde alla realtà del progresso umano … Nell’ affermazione di un programma specifico sociale, il partito cattolico diviene partito vitale, assurge alla potenzialità di moderno combattente, che ha vie precise e finalità concrete. È logico adunque l’affermare che il neo-partito cattolico dovrà avere un contenuto necessariamente democratico-sociale, ispirato ai principi cristiani: fuori di questi termini, non avrà mai il diritto a una vita propria: esso diverrà una appendice del partito moderato”. Ecco che possiamo desumere i caratteri del processo innescato da Sturzo: anticonservatore perchè, come detto, non nostalgico, coraggiosamente sostenitore di un sistema politico pienamente democratico, programmatico, cristianamente ispirato, anti-moderato. Insomma ci si trova di fronte ad una linea chiara, dall’identità precisa che è esattamente il contrario del processo innescato nella così detta seconda repubblica con la liquefazione delle identità politiche e l’improvvisazione che costringe la politica a perdere il futuro per rimanere in un eterno presente, in cui le dinamiche democratiche tendono ad essere presentate come impacci, ed i cattolici sono finiti a fare i moderati qua e là secondo convenienze personali confondendo un atteggiamento (imbelle) con una identità (scomparsa).

L’Appello, inoltre, nasce grazie ad un vero e proprio brodo di cultura rappresentato da un mondo cattolico attivo e capace di sintesi e condivisione, in grado di animare nel profondo la società italiana, tanto che esso supera l’idea della chiamata delle forze cattoliche, che sarebbe stata quasi una azione difensiva, ma si allarga e diventa aspirazione di popolo. Questo lo possiamo rintracciare bene sempre nel citato discorso fatto nella sua amata città siciliana dove fu pro-sindaco: “Essa, la democrazia cristiana, è un ideale e un programma che va divenendo, anche senza il nome, evoluzione di idee, convinzione di coscienze, speranza di vita; essa non può essere una designazione concreta di forze cattoliche, ma una aspirazione collettiva, sia pure ancora vaga e indistinta”. La vaghezza naturalmente viene superata proprio a partire dal 1919. Oggi ricostruire il protagonismo dei cattolici nella dimensione politica necessita, alla luce di questa lezione, di ritrovare coraggio, capacità di sintesi e condivisione nel mondo cattolico innescando una sana parresia che lo tolga da una certa autoreferenzialità, una certa tentenza ad abbandonare chi si impegna spacciando l’abbandono per neutralità politica ed un certo spiritualismo (che rischia di diventare mero cenacolismo), superando la frattura citata, per tornare, prima che nei palazzi della politica, in mezzo alle comunità con una visione sociale chiara, ben radicata nella propria fede. Solo così è possibile tornare ad essere liberi e forti, autenticamente personalisti, antidoto contro populismi e ideologie, contro la prevalenza di una finanza violenta che da troppo tempo ha prevaricato la politica, difendendo il programma di popolo rappresentato dalla Costituzione ed il sogno europeo le cui origini sono profondamente legate alle idee di Sturzo, alla visione cristiana, per tornare a potersi definire come faceva Giuseppe Donati (il coraggioso fondatore de Il Popolo di cui ricorre quest’anno il 130° della nascita) “cattolici penitenti, democratici impenintenti”.