Il personalismo comunitario, dunque, si contrappone al populismo (e anche al radicalismo) e, come radice di un popolarismo animato dall’idea della democrazia cristiana che si lancia nel presente e nel futuro – superando il rischio di rimanere invischiato nei maneggi di vecchia classe dirigente disposta solo ad usarlo come pedigree statico e conseguentemente sorpassato – ne è forse uno dei più forti antidoti perché rimane legato alla realtà e alla verità dell’uomo, di tutto l’uomo che si realizza nella dimensione comunitaria, relazionale (sia orizzontale sia verticale).

È la strada per contrastare una politica ridotta ad emotività ed individualismo di cui si nutre il totalitarismo che innerba populismo e radicalismo. Insomma, come si vede siamo nell’epoca del gioco perverso degli -ismi in cui è complesso districarsi ritrovando le culture sane per consolidare tutti i giorni una democrazia integrale che in particolare i cattolici non possono abbandonare.

Può essere d’aiuto l’icona di Ponzio Pilato riprendendo il testo di un’intervista al sociologo Mauro Magatti, apparsa su dialoghidivitabuona.it il 18 giugno di quest’anno riflettendo sul fatto che “una delle immagini che si usa per spiegare questo fenomeno (il populismo) è il riferimento al Vangelo, quando Ponzio Pilato si rivolge al popolo chiedendo: “Volete Barabba o Gesù?”. Il popolo risponde Barabba e va bene così, semplicemente per assecondare la richiesta del popolo al di là di un’assunzione di responsabilità di chi ha ruoli istituzionali. Si intende populismo quando ci si limita a fare da amplificatore a quelli che sono i sentimenti comprensibili e giustificati di insoddisfazione, e non si esercita la funzione di cercare risposte sostenibili, sensate, ragionevoli”. Non è quel Governatore romano che dice a Gesù “io posso” riducendo non solo il diritto ma la verità stessa a oggetto dell’esercizio di un potere arbitrario, demagogico, appunto populista che, non riconoscendo la verità, riduce tutto all’esercizio del potere? Non è certamente quel populismo inteso come vicinanza al popolo così come declinato da Papa Francesco durante il suo ultimo viaggio in Sicilia che è un richiamo forte a quella responsabilità rifiutata da Pilato:”che cosa posso fare io? Che cosa posso fare per gli altri, per la Chiesa? … Non aspettare che la Chiesa faccia qualcosa per te, comincia tu. Non aspettare la società, inizia tu! Non pensare a te stesso, non fuggire dalla tua responsabilità, scegli l’amore! Senti la vita della tua gente che ha bisogno, ascolta il tuo popolo. Questo è l’unico populismo possibile, l’unico populismo cristiano: sentire e servire il popolo, senza gridare, accusare e suscitare contese”. Quello che è un insegnamento chiaro, pur collegato all’impostazione culturale sudamericana propria del Santo Padre, è possibile ricondurlo al connubio, integrale e complesso, popolo/libertà/democrazia rappresentato dalla tradizione popolare come declinata da don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e molti altri, che richiama fortemente alla responsabilità ed al limite della politica (in ciò sarebbe utile riprendere la grande lezione di Mino Martinazzoli) che per un popolare è servizio da avanguardia per cui il potere è esercitato ed in cui il potere trova limite mentre per un populista è mero potere di retroguardia che accondiscende all’umore del popolo che, contemporaneamente, rinfocola per consolidarlo e romperne ogni suo argine.

Naturalmente l’azione populista in tal modo non ha dimensione comunitaria ma individualista e, riprendendo il filo del personalismo comunitario di Jacques Maritain, nega alla comunità i valori che la trascendono e che incarna, il suo bene comune che non è semplice somma di beni individuali che entrano nel tutto sociale, per ricondurre tutto a sensibilità, umori, paure, entusiasmi singoli che vengono incanalati, soprattutto attraverso propaganda e comunicazione, in una presunta dominante e dominata – potremmo dire addirittura eterodiretta grazie ad una propaganda ben pianificata – volontà collettiva.

Il percorso del popolarismo è, dunque, diverso e può essere descritto riprendendo le parole usate nel 1922 a Firenze da Sturzo a proposito del suo Partito Popolare Italiano che “ha polarizzato forze nuove, ha riorganizzato antichi elementi, ha conquistato spiriti liberi nel campo della cultura, larghe masse nel movimento economico, posizioni politiche anche di primo ordine, in mezzo a diffidenze o disprezzi o tolleranze, quasi verso un estraneo o più ancora un intruso nel corpo sociale”. E ancora oggi, come allora, i cattolici che vogliono riprendere la strada della difesa della vita, della dignità della persona, della tutela del Creato, di una economia civile capace di riconoscere il ruolo della famiglia, della tutela e applicazione della Costituzione, di un rinnovato impegno a sostegno e rilancio delle autonomie locali, superando le proprie fratture attraverso un’Amicizia che da virtù si fa processo politico, sono visti quali estranei e intrusi della politica sia per proprie erronee strategie che li hanno portati a non fare scelte plurali ma a liquefarsi, sia alla mai troppo citata cattiva dirigenza degli ultimi venticinque anni (bisogna pure ammettere ciò, però allo scopo di imparare dagli errori).

Il rischio, altrimenti, sarebbe proprio quello della tolleranza, neanche eccessiva, e, al massimo, della riduzione di una visione sociale e politica cristiana alla sola obiezione di coscienza per una presenza marginale sparpagliata qua e là dentro partiti e movimenti esistenti o a lato con piccole operazioni di residuale potere, come abbiamo visto nascere negli ultimi mesi l’un contro l’altro, utili solo per un uso strumentale o una riduzione a religione civile al servizio del populista di turno. Forse oggi la frantumazione dei cattolici divisi tra “cattolici del sociale” e “cattolici della morale” è congeniale ad un sistema politico che si sta modificando non rappresentando un nuovo inizio bensì il colpo di coda poderoso di quello che ha ai suoi albori Berlusconi e Prodi. Ma i cattolici possono accettare ancora un simile sistema che li divide e li usa e se non utili alla causa li espelle?

Di fronte al populismo che è riformista e spesso rivoluzionario – e questa evidenza fa emergere ancora una volta il superamento delle dicotomie destra/sinistra, riformisti/conservatori – perché vuole travolgere le istituzioni e impossessarsi, in nome di un popolo astratto e ricostruito propagandisticamente secondo visioni ideologiche, del potere, emerge la necessità di un popolarismo che rimetta in campo la Verità col coraggio anche dei piccoli numeri, che non sono mai residuali ma punti di partenza, per ricostruire il coraggio di un’amicizia tra cattolici che tornano ad urlare dai tetti, immersi nella comunità, quello che possiamo riassumere riprendendo il Salmo 84, canto di un popolo che esce dall’oppressione: “misericordia e giustizia si incontreranno, Verità e pace si baceranno” contro la ricerca costante, a cui stiamo assistendo, di nemici contro cui incanalare le passioni del popolo, di volta in volta “la casta”, i giornalisti, i migranti, i sostenitori della vita, ecc… E’ così che si può non seguire la codardia di Pilato che, riducendo tutto a ciò che vuole chi detiene il potere senza rapporto con la Verità che è realtà, cancella l’uomo e cede, tradendo la sua funzione, alla massa che si agita a causa di un pensiero indotto e sbagliato: rileggendo “L’infanzia di Gesù” di Joseph Ratzinger, si comprende che siamo di fronte al simbolo del corrosivo scetticismo di oggi a cui occorre rispondere con la verità dell’uomo perché “uomini non ci si improvvisa e, nella lotta politica italiana, ciò che più dolorosamente sorprende è la mancanza dell’uomo. Non dell’uomo grande, di cui non vogliamo sentir parlare, ma dell’uomo reale, con il suo modesto, insostituibile corredo di qualità morali” (Don Primo Mazzolari, Come pecore in mezzo ai lupi).

Il popolarismo deve impegnarsi a squarciare la propaganda, l’uso della comunicazione per orientare la gente e frantumare la comunità in modo da lasciare il populismo, come il radicalismo, disarmato. Questo va fatto per riconquistare la concretezza delle proposte programmatiche e un’ autentica onestà dell’azione politica ritrovando i valori che ne costituiscono il fondamento e non le mere convenienze. Pensiamo a cosa sta capitando in questi giorni: dopo cinque anni in parlamento ed una campagna elettorale fatta prendendo i voti dei “no tap” pugliesi il M5S si accorge di avere le mani legate e non poter fermare l’opera mentre nel documento economico finanziario c’è il via libera ad un condono fiscale strumento contro cui è stata fatta una gran parte di campagna elettorale; la Lega fa una campagna elettorale incentrata sull’introduzione della “flat tax” e nel DEF rimane un qualcosa di residuale, intanto spara il rispetto delle norme attraverso tutti i social avendo sul groppone una sentenza di condanna per 49 milioni di euro sottratti agli italiani; il Pd avvia la fase congressuale con una iniziativa dove mette nella quadreria nobile un Santo Papa contemporaneamente ad una sollevazione interna contro una sua tesserata cattolica che ha votato a Verona una mozione a favore dell’applicazione della prima parte della legge 194 sulla prevenzione contro l’aborto e a tutela della vita.

Si tratta dell’apoteosi della politica senza visione in costante campagna elettorale che esalta ma non dà prospettive, che crea tifosi ma non certo aiuta la formazione di cittadini consapevoli: è quasi un pesante stress test per la nostra democrazia costruito sui proclami e non sul confronto, sull’uso esasperato delle libertà democratiche e delle giuste aspettative del popolo, sull’idea che serva l’”uomo grande” capace di interpretare un one man show per annientare la complessità sociale trovando così una politica semplificata vittima dello scetticismo imperante che la riduce, come detto, a mero potere da prendere ed esercitare in un presente senza fine. Ma una simile strada in cui si declina il populismo non rischia di essere quella del ritorno delle ideologie che non guardano più alla vita, all’uomo e quindi non costruiscono conseguenti programmi capaci di futuro ma solo umorali?

Ritrovando protagonismo prima nella comunità che nelle istituzioni il popolarismo ha il dovere di ricominciare dal senso del servizio che deve tornare ad innervare la politica perchè come affermato da Papa Francesco “il servizio non è mai idelogico, non serve idee, ma persone”!