In Italia è stato dato per disperso un elemento che, soprattutto dal medioevo in poi, ha contributo a rendere grande la nostra civiltà: il lavoro. Nessuno infatti lo trova più, tutti lo invocano disperatamente e lo richiedono con insistenza. Quando ne sono privi molte persone, disperate, sono persino disposte a spostarsi all’estero per ottenerlo. Nessun in realtà lo cerca per se stesso, ma per quello che esso può dare: il denaro necessario per sopravvivere.
Prendiamo atto quindi che non si può parlare di lavoro senza parlare di denaro. Il lavoro è anche sforzo e fatica ed è quindi giusto che venga remunerato ma siamo proprio sicuri che, se magicamente potessimo far crescere il denaro sugli alberi, la gente non andrebbe più a lavorare? Ne dubito fortemente. Oltre alla sopravvivenza infatti, l’essere umano è fatto per dare senso alla propria vita e non c’è niente come un’esistenza attiva e produttiva, fatta di scambi costruttivi con i propri simili, che possa dare pienezza: la soddisfazione di un lavoro ben fatto, con le proprie mani o la propria intelligenza, è una gratificazione che ha un valore non commensurabile. Non solo: il lavoro consente anche di entrare in contatto con il reale, con tutti i suoi limiti, rischi, delusioni e soddisfazioni e di trasformarlo in senso positivo; consente di misurare le proprie capacità. Senza lavoro l’uomo rischierebbe di perdere la propria identità e di non riuscire a sviluppare tutte le sue potenzialità.

E’ innegabile che negli ultimi secoli questa dimensione “umana” del lavoro sia andata progressivamente scomparendo ed esso sia tornato ad essere percepito come durante l’antichità: nell’antichità il lavoro era considerato come un’attività indegna da relegare prevalentemente agli schiavi ed ai servi. L’uomo vero, se può, non lavora ma si dedica all’”otium”, cioè a svolgere solo attività piacevoli senza nessun particolare fine “produttivo”.
Questa concezione venne scalzata solo a partire dall’alto medioevo, con l’avvento definito del cristianesimo e l’opera dei monaci benedettini, i quali, con il famoso “ora et labora” riscattarono il lavoro come compartecipazione all’attività creatrice di Dio ed il corpo umano, che nel lavoro è protagonista, come tempio dello Spirito Santo.

Le progressiva perdita della dimensione spirituale del lavoro – iniziato con la progressiva perdità di incidenza del cattolicesimo sulla vita economico-sociale avvenuta a partire dal rinascimento – ha quindi aperto la strada alla sua successiva disumanizzazione. Il lavoro non è stato più infatti concepito come importante momento di condivisione con la potenza creatrice di Dio ma mera merce da utilizzare, nel “mercato” del lavoro, come un bene di scambio, soggetto agli alti e bassi che la “mano invisibile” produce nel mercato stesso. E’ stato così possibile, nell’Inghilterra della fine del XVII sec., con la concentrazione del potere nelle mani di pochi possidenti seguita alla requisizione dei beni della Chiesa Cattolica e l’inizio dell’utilizzo capitalistico dei grandi possedimenti terrieri, prima lasciati all’utilizzo pubblico, mandare progressivamente in miseria milioni di persone, sottraendogli la piccola proprietà, strappandoli all’agricoltura, all’artigianato, alle piccole e grandi professioni e trasferendoli in massa, appunto come forza lavoro, nelle città, a compiere lavori del tutto disumani ma altamente lucrativi per chi possedeva la proprietà dei mezzi di produzione. Il passaggio centrale, che ha sancito la cosificazione del lavoro e la perdita della sua dignità, è stata quindi la separazione tra capitale e lavoro, che era presente nella società medioevale ma in misura decisamente ridotta.
Il social-comunismo, sopravvenuto apparentemente come reazione a questo stato di cose, in realtà ha perseguito sulla stessa strada: il lavoro rimane una merce, il capitale rimane separato dal lavoro, semplicemente esso viene attribuito allo Stato ed al Partito, invece che a pochi capitalisti. Tutte le evidenze storiche inoltre indicano che i principali finanziatori del social-comunismo e della sua filosofia materialistica furono quelli stessi esponenti della grande finanza apolide, che la vulgata storica accreditata dai mass-media vorrebbe invece far passare come suoi acerrimi nemici. Ciò spiega come sia possibile che i sindacati abbiano totalmente fallito nella loro missione di aiutare i lavoratori: essi condividevano e condividono la stessa visione del lavoro dei capitalisti che dicono di combattere!
Eccoci quindi nella situazione attuale in cui chi detiene il potere economico-finanziario – quell’1% della popolazione che possiede il 90% delle ricchezze – continua a trattare il lavoro – e quindi l’uomo – come una merce. Tale merce continua inesorabilmente a perdere valore perchè, per il capitale, esso fondamentalmente rappresenta solo un costo, ed i costi devono essere al più possibile ridotti al minimo, nell’interesse supremo del profitto. Il capitale inoltre ha tutto il vantaggio ad eliminare il lavoro umano ed utilizzare al suo posto le macchine, perchè i loro costi sono incomparabilmente minori. E’ chiaro inoltre che il capitale – orientato al profitto che viene dalla produzione di massa – è poco interessato alla creazione di beni di alta qualità, il cui costo di produzione è molto più alto. E’ evidente a tutti come il capitalismo sia fondamentalmente una teoria ed una prassi assurda in quanto, come diceva Chesterton, il fondatore del distributismo, esso si basa sul presupposto che i capitalisti vogliono nello tempo diminuire al massimo lo stipendio dei loro dipendenti ed aumentare al massimo il potere di acquisto dei consumatori, che però coincidono con i loro dipendenti: una incongruenza insanabile.
Che fare quindi? Cosa rispondere alla massa di cittadini impoveriti che sono alla disperata ricerca di un’occupazione?
Il primo passo è aiutarli a prendere coscienza che rischiano molto seriamente di ricadere in quella condizione di servitù e schiavitù che esisteva nel mondo antico prima dell’avvento del cristianesimo. Il secondo passo è fargli capire che l’unico modo di creare lavoro vero – lavoro cioè che sia in grado di recuperare le sue principali connotazioni umane e positive di strumento di crescita per l’individuo e la società – è quello di puntare all’unione di capitale e lavoro, cioè alla fine della cosificazione del lavoro stesso. Chi infatti lavora ed è anche proprietario dei mezzi di produzione, non concepisce il lavoro, cioè la propria attività, come una mera merce ma percepisce sulla propria pelle che il lavoro è ben altro, che è un mezzo che lui ha a disposizione per migliorare la sua vita, quella della sua famiglia, che va regolato e limitato secondo i ritmi della vita umana ed è una realtà a cui va conferito un senso. Il terzo passo è fargli capire che puntare all’unione tra capitale e lavoro, cioè alla massima diffusione della proprietà produttiva, è l’unico modo per garantire la loro vera libertà, perché non esiste alcuna libertà senza possesso dei mezzi di produzione e quindi anche dei prodotti del proprio lavoro. Il quarto passo, forse quello più importante, è fargli capire che il denaro – mera convenzione umana – può incominciare fin da ora ad essere messo al servizio del lavoro, facendo sì che, messo da parte l’attuale denaro-debito bancario, la moneta venga emessa come proprietà dei cittadini e consenta da subito la produzione di beni e servizi – e quindi di lavoro – in funzione delle necessità reali delle varie comunità. In questo modo il problema della disoccupazione può essere risolto nel giro di sei mesi ed il limite alla creazione di lavoro non sarà più rappresentato dalla mancata disponibilità di pezzi di carta prodotti dal nulla dalle banche – le banconote – ma dalla presenza di risorse umane, professionali e materiali all’interno di una comunità: limiti naturali dunque e non artificiali e convenzionali, come il denaro.

Queste sono solo alcune pillole circa il significato del lavoro secondo la visione distributista.