Quando i tempi erano duri, il pane era caro come oro e la morte bussava alle porte nelle sembianze di una vecchia amica, un solo impulso viveva indefettibile: la forza di vivere.

Quanti racconti ho ascoltato dalla bianca voce di mia nonna sugli stratagemmi e le accortezze che negli anni più bui, ma anche in quelli meno bui, la saggezza popolare metteva in atto per far sì che ogni membro della famiglia avesse di che mangiare.
Del maiale non si buttava nulla, si faceva pure il sapone per lavare i piatti, i vestiti e se stessi. Il sangue veniva bevuto caldo dalle donne nei giorni in cui sanguinavano. Con le calze rotte si imbottivano i cuscini. Pane duro ammorbidito nel latte era la merenda più gustosa. Quanti piatti potevano venire fuori da quella fine fine farina di ceci.

Oggi, che viviamo in questo piccolo mondo in cui abbiamo tutto a disposizione e sembra non mancarci mai nulla che il dio Internet non possa procurarci, quella vecchia amica che bussava alle case è tornata, questa volta trovando le porta spalancate.
Oggi, mentre festeggiamo la libertà in ogni sua forma, siamo prigionieri di una nuova dittatura. Quella che depone fucili, uniformi, bandiere o svastiche, e veste camici e toghe.
È una dittatura silenziosa, che non ha bisogno di slogan pompanti, di gesti scenici, di plotoni d’esecuzione, ma ci rende ancora più indifesi e impediti nel godere del buono e dignitoso piacere di vivere. Ed è così che l’antica amica ritorna, questa volta perché invitata.

Le vicende di Charlie, Isaiah e Alfie, il referendum in Irlanda, il progetto di legge in Argentina, la morte di Dj Fabo e di tanti altri non sono altro che strategie messe in atto contro un unico nemico: la vita. Principessa in una torre, per la quale non viene più ingaggiata alcuna battaglia, non conservando più quel valore ineliminabile che la rendeva padrona di casa, e non ospite.
Ma per quale motivo questo rovesciamento di valori?

Vivere vuol dire affacciarsi ad una serie di imprevisti, di ostacoli, di dolori, di sofferenze così apparentemente insuperabili che siamo arrivati ad averne timore più che del morire, se la vita che il progresso più cieco vuole donarci è una vita che ha ragione d’essere solo se perfetta.
La scelta di terminare la vita di Alfie, Charlie, Isaiah, Dj Fabo non è stata presa per il loro bene o il loro interesse migliore, come si vuole fare intendere. Queste scelte sono state prese nell’incoscienza della paura, che quando non razionalizzata porta a compiere le azioni più riprovevoli. La paura di vivere, e di farlo nella fragilità.

«L’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti» scrive Alessandro D’Avenia nell’Arte di essere fragili, leggendo nella storia dei nostri tempi questa irrefrenabile sete di perfezione che rende le nostre esistenze piene solo in superficie.
Quanta bellezza perdiamo per strada.

Colpito da una sindrome neurodegenerativa nel 2011, Ezio Bosso avrà sicuramente pensato di non poter continuare ad essere un pianista, un compositore e un direttore d’orchestra. Eppure l’ha fatto. Oggi le esibizioni posteriori a questo tragico evento sono forse fra le sue più commoventi e splendide.
La mamma di Andrea Bocelli sapeva che il figlio sarebbe stato ipovedente dalla nascita, eppure quante volte ha vibrato il nostro cuore ascoltando la sua voce.

Gli esempi potrebbero continuare e non necessariamente si deve parlare di vite di grandi compositori o cantanti, ma queste storie di forza e fragilità, fierezza nella debolezza, non raccontano altro che un’evidente verità.
Una banale verità che negli ultimi tempi si mette a tacere attraverso gli strumenti dell’aborto e dell’eutanasia. E cioè che ogni vita è degna di essere vissuta, pure in un dolore che invece di neutralizzare, fortifica.

Imprigionato nell’ideologia della piena libertà dell’individuo e della sua autodeterminazione, l’uomo occidentale non riesce a imporre questo diritto nel momento in cui a voler essere determinata è la scelta di vivere.

Perdendo di senso o significato il valore della sofferenza e del dolore, smarriti a conseguenza della perdita del valore più alto, vivere, ciò che rimane è una cieca corsa alla perfezione e alla valutazione in positivo di soltanto quelle vite che non arrecano con sé dolore e sofferenza. Ma quale vita è degna o indegna di essere vissuta?

La vita, è vero, può portarci verso orizzonti sconosciuti, che fanno paura, che feriscono, ma non è la via della sofferenza che rende una vita povera, siamo noi in prima persona freno alla nostra gioia, nel timore di perdere quello che ognuno su questa terra cerca, la felicità.
Ma quale felicità arriva senza pagare qualcosa in cambio?

E allora che si fa? Ci si abbandona a questa vita imprevedibile nella fragile, ma non infondata, certezza che su qualche riva approderemo e sarà quella che è stata preparata per noi.

 

«Eh, via, anche la sofferenza è una buona cosa. Soffrite! Mikolka forse ha ragione nel volere la sofferenza. Lo so, che vi manca la fede, ma non state a sottilizzare scaltramente; abbandonatevi alla vita senz’altro, senza ragionare; non abbiate timore: vi porterà direttamente sulla riva e vi rimetterà in piedi. Su quale riva? Che ne so io? Io credo soltanto che abbiate ancora molto da vivere.»
F. Dostoevskij, Delitto e Castigo