Negli scorsi giorni, alla notizia che la Conferenza Episcopale Italiana, autorevolmente sostenuta dal parere favorevole del Vescovo di Roma, ha proposto di cambiare la preghiera del Padre Nostro, una mia amica mi ha scritto: “sarà dura imparare la nuova formula”. Per quanto mi riguarda sono tranquillo, le ho risposto. Io continuerò ad usare quella di sempre. Sia nell’orazione privata che in quella pubblica. Pongo infatti una modesta obiezione di coscienza alle decisioni della Cei. Una ribellione educata e gentile. Niente di clamoroso: semplicemente non mi piego alle interpretazioni di qualche teologo innamorato delle novità e continuo a fidarmi della traduzione in vigore da secoli basata sulla traduzione dal greco di san Girolamo, uno che certamente ne sapeva più degli attuali pensatori prêt-à-porter.

La proposta della Cei di passare da «non indurci in tentazione» a «non abbandonarci alla tentazione» – per quanto riguarda l’uso liturgico nel Messale non convince affatto. Per più motivi. Il primo è di ordine meramente teologico: se è vero, come ha sottolineato il Romano Pontefice che “Dio non induce in tentazione”, è altrettanto vero che non ci abbandona mai. “Abbandonarci alla tentazione” evoca l’immagine di un Dio che si assenta, che ci volta le spalle, che ci dice “arrangiati”. Non può essere così. Una tale formulazione non può essere usata senza provare un brivido di angoscia. E allora lasciamo quel “non indurci” che non piace al pastore argentino e ad altri teologi? Certamente sì. Anche perché il popolo fedele da sempre lo sa che non è Dio ad indurci in tentazione, a farci cadere nel male, anzi, tanto per proseguire fino alla fine la preghiera che Gesù ci ha insegnato, c’è quella conclusiva richiesta, quell’appello di ogni credente che è avvertito della presenza e dell’azione del Maligno tentatore: liberaci dal male. Non c’era quindi bisogno dell’arzigogolata interpretazione che si vorrebbe introdurre. Bisogna quindi opporre una educata opposizione, prima che la nuova formula diventi una consuetudine cui il popolo si rassegna. Non è la prima volta che succede: pensiamo alla traduzione avvenuta dopo il Concilio Vaticano II con l’Agnus Dei: quel drammatico “qui tollis peccata mundi”, l’Agnello di Dio, Gesù Cristo, che “prende” (questa la traduzione del verbo “tollere”) su di se i peccati del mondo, che se ne fa carico nella sua sofferenza salvifica, è divenuto- come si sa- che “togli” i peccati. Una sfumatura decisamente diversa. Un Gesù che “toglie di mezzo” (spostandoli? Smaltendoli?) i peccati quasi fossero spazzatura, è cosa diversa dal Cristo che ci libera dai peccati prendendoli su di sé, nella propria carne martoriata e gloriosa. Insomma, non sempre le riforme liturgiche ci azzeccano, anzi…D’altra parte tradurre è sempre un po’ tradire, si sa. Proprio per questo per secoli le preghiere sono state recitate nell’antica lingua latina, una lingua solida, affidabile. Pensiamo all’Ave Maria: quella meravigliosa preghiera che è divisa in due parti: il saluto dell’Angelo, l’Annunciazione dell’Incarnazione del Verbo, e la risposta della Vergine di Nazaret, e l’invocazione del popolo di Dio alla madre per impetrare il suo aiuto. In italiano, per fortuna, quell’”Ave” latino è rimasto invariato. Ma pensiamo ad altre lingue nelle quali la preghiera è stata tradotta: in francese è “Je vous salue Marie”, ovvero “ti saluto o Maria”. In inglese è “Hail Mary”, che suona un po’ come “salve Maria”. Very confidential. Speriamo che a nessun teologo venga in mente di aggiornarla con uno spigliato “Hello Maria”. Insomma, affidarsi un po’ di più alla tradizione secolare non guasterebbe. Ma torniamo ancora al tanto dibattuto “non indurci in tentazione” che ha turbato i sonni di diversi teologi. Cosa c’è che non va nell’”inducere” di san Gerolamo?

Andiamo ad analizzare i significati di indūco [indūco], indūcis, induxi, inductum, indūcĕre, verbo transitivo della terza coniugazione. Sono i seguenti:

1 introdurre, condurre dentro o verso o contro

2 militare condurre, guidare, far avanzare

3 presentare, far dire, far rappresentare, portare in scena

4 nel linguaggio del diritto: far venire, far comparire in giudizio

5 registrare, computare, mettere in conto

6 addurre, avanzare, mettere innanzi

7 indurre, spingere, persuadere a

8 ricoprire, applicare, rivestire, stendere sopra

9 indossare, vestire

10 ingannare, prendersi gioco di

11 cancellare, annullare, revocare, abrogare

12 spianare

Ai teologi riformisti così come a papa Francesco sembra che la traduzione italiana vigente si richiami alla definizione numero 7. Io credo che in realtà nessun credente l’abbia mai sentita così. Credo che nessun credente abbia mai pensato ad un Dio che ci spinge verso la tentazione. Al contrario. Il senso più appropriato dell’induco che traduce il greco eisferein sembrerebbe a mio modesto parere essere quello indicato nel numero 1. Senza dunque arrivare a quel melodrammatico “non abbandonarci alla tentazione”, sarebbe eventualmente bastato un “non lasciarci andare (o cadere) in tentazione.” Qui i francesi che hanno tradotto “ne nous laisse pas entrer en tentation”, cioè, «non lasciarci entrare in tentazione», sono andati più vicini al bersaglio. Una formula consapevole della fragilità della natura umana, fragile, continuamente sottoposta a tentazioni, a possibilità di cadute. La tentazione è inevitabile: quello che possiamo fare noi peccatori è resisterle con tutte le nostre forze, che però sono scarse, chiedendo, invocando l’aiuto del Signore, che aiuti la nostra libertà a resistere, a non farsi attirare ed intrappolare dal peccato. Un Dio che ben lungi dall’abbandonarci viene in nostro aiuto in tutti i momenti in cui stiamo per cadere, se glielo chiediamo, se lo invochiamo.

Noi non vogliamo assolutamente sminuire il lavoro fatto nel corso degli anni dai migliori biblisti d’Italia, che furono guidati dai vescovi massimamente esperti in teologia e in Sacra Scrittura, ma al termine di questa breve riflessione, mi chiedo: era così necessario questo cambiamento? Era necessario- tanto per usare un termine che va di gran moda- dal punto di vista pastorale? Ci sarà più gente che pregherà questo Padre Nostro che non il precedente? Era questa, in questo preciso momento storico della vita della Chiesa, una delle principali priorità? Sono dei miei dubbi. Anzi: in latino, dubia, e sappiamo che a questo tipo di domande l’attuale amministrazione vaticana non risponde. Però ce le poniamo ugualmente. E siccome sappiamo che le mura romane in questo momento sembrano fare eco alla celebre canzone di Bob Dylan, The answer my friend is blowing in the wind, ci aggrappiamo a quelle granitiche certezze che hanno resistito all’usura dei secoli, e pregheremo con le parole usate per secoli da milioni di buoni cristiani: Pater noster qui es in coelis…et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo.