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 “Per fortuna, la Storia non è una questione fatale, ma una pagina bianca in cui con la nostra penna – le nostre decisioni e omissioni – scriveremo il futuro.”

(Vargas Llosa, M.)[1]

Le piazze virtuali

Babele e dialogo sono termini che attengono al comunicare.

Babele[2] è anche – simbolicamente – il luogo della confusione, mentre dialogo[3] rinvia al discorso, colloquio fra due o più persone, alla discussione aperta e ragionevole anche tra posizioni diverse.

Termini antitetici, quindi, che mi sembrano ben rappresentare le possibili modalità della comunicazione attuale, rispecchiata e amplificata nei social network – Facebook in primo luogo –  quali piazze on line che consentono la realizzazione di reti sociali virtuali e lo scambio di contenuti.

Questo, in grande sintesi, il quadro in cui provo ad articolare alcune riflessioni.

Spunti concreti

Parto dalla recente esperienza attinente alla discussione sulla maternità surrogata[4], tema che a partire dal 2015 ha focalizzato progressivamente attenzioni e passioni, spesso saturando le pagine di Facebook di emozioni scalibrate  e creando polarizzazioni tra sostenitori di pensieri diversi.

Essendomi addentrata  insieme a due colleghe psicoterapeute nella tematica sopradetta al fine di raccogliere notazioni e riflessioni, poi confluite nella scrittura del libro Utero in Anima[5], ed in vista di un auspicato dibattito, mi sono confrontata con una ampia varietà di modi e stili e comunicativi: da Babele … sino al dialogo.

In Facebook, quale piattaforma di scambio tra colleghi e tra soggetti a vario titolo interessati,  la maternità surrogata si è presto configurata come territorio di scontro ideologico.

Andavo cogliendo negli scambi via via succedutisi i concreti fantasmi del conformismo, del progressismo e della ricerca spasmodica del consenso; nonché  quelli del politically correct[6].

Non accettando la massificazione del pensiero prevalente, con le colleghe Ceresa e Bianchi Mian, abbiamo portato avanti e messo in luce le nostre idee, dubbi  e domande, cercando di  calibrare l’utilizzo del medium con senso della misura.

Mi sono rapidamente resa conto che il tema della G.P.A. (maternità surrogata)

configurava un oggetto multistrato che andava  osservato con pacatezza e attenzione multidisciplinare, evitando il richiamo delle sirene poste agli estremi del continuum comunicativo.

Ho percepito chiaramente, l’opportunità di non farmi catturare dai pensieri prevalenti, introducendo una pausa di esame / riflessione / approfondimento, e resistendo alla vivacità degli scambi che non di rado generavano veemenza ed anche chiare e sproporzionate aggressioni.

L’aver cercato e richiesto una discussione possibilmente pacata e apartitica, mi e ci ha paradossalmente esposte all’apposizione di svariate incongrue etichette, tra le quali ricordo (anche con un sorriso di inevitabile ironia) le più salienti: reazionarie, fasciste, femministe, cattoliche, omofobe… Superfluo evidenziare che nessuna delle suddette categorie esauriva le nostre costitutive individuali credenze e posizioni nel mondo.

Ho e abbiamo trovato, però, anche serene modalità di scambio, oasi di dialogo aperto e democratico pur tra soggetti portatori di pensieri diversi.

Anche se Babele prevale, si può entrare in zone caratterizzate dal rispetto, dal pensiero critico che cerca convergenze pur nelle diversità di prospettiva.