Come già detto nel precedente articolo, Leopardi viene rinchiuso nella categoria del Pessimismo Cosmico ma a ben vedere o ci si immedesima con la sua poesia, o se si è già deciso di non cimentarsi con le domande che lui pone, la soluzione più banale e vigliacca è quella di chiamarlo pessimista e di definire tali questioni come “un perdurare in età matura delle domande sciocche, inutili, non risolvibili, tipiche dell’adolescenza che Leopardi non ha mai superato”. Secondo tale visione, Leopardi non avrebbe mai accettato la prosa della vita e della realtà e non si sarebbe mai accontentato di obiettivi realistici a breve termine. Nel nome del “dovere” a moltissimi ragazzi vengono tarpate le ali con le quali potrebbero volare alto. Lo spirito viene dopo il il titolo di studio, il lavoro, i soldi. Ma a ben vedere, una società costruita su tali presupposti, è destinata al declino poiché nulla su questa terra è in grado di saziarci.

Giacomo Leopardi questo lo aveva capito e infatti nel celeberrimo Pensiero LXVIII, egli definisce la parola “noia” e il significato che le dà. La poesia di Leopardi è di una grandissima positività perché lui è uno degli ultimi poeti che registra il più grande sentimento che l’uomo può provare davanti al reale: lo stupore, una meraviglia che sembra rievocare il Cantico delle Creature di San Francesco. Tutto è così grande da suscitare nell’uomo un’attrattiva per l’infinito, da renderlo cosciente di desiderare l’infinito e d’altra parte si può percepire che questa promessa d’infinito per il quale il cuore pulsa, non ha oggetto adeguato in nulla che sia reperibile su questa terra. Leopardi non arriva a desiderare Dio, ma apre a questa grande prospettiva: afferma che il cuore dell’uomo non può che saziarsi davanti all’eterno, tutto il resto è menzogna. Il poeta scrive la verità sulla grandezza dell’uomo e sulla pochezza degli oggetti tramite cui cerca di ottenere la felicità per cui è fatto.

Ma senz’altro “Alla sua donna” è l’apoteosi della poetica leopardiana. Qui c’è veramente da chiedersi il perché quest’uomo non abbia riconosciuto Cristo. Già nella seconda strofa dice: “Ma non è cosa in terra che ti somigli; e s’anco pari alcuna ti fosse al volto, agli atti, alla favella, saria così conforme assai men bella” ovvero non c’è donna al mondo, anche bellissima, che sia conforme alla bellezza per la quale ogni uomo è fatto. Leopardi si chiede per quale motivo questa bellezza infinita non si faccia amare, perché non voglia così bene all’uomo da venir sulla terra e farsi compagna degli uomini. Che bello sarebbe se Dio si facesse carne: la vita dell’uomo sarebbe finalmente quel che deve essere. “Se vera e quale il mio pensier ti pinge, alcun t’amasse in terra (se tale bellezza scendesse sulla terra), a lui pur fora questo viver beato (allora la beatitudine e la felicità piena sarebbero possibili)”. Ancora: “E ben chiaro vegg’io siccome ancora seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni l’amor tuo mi farebbe” ovvero “come sarebbe facile essere più virtuosi, più buoni se si potesse conoscere e amare questa bellezza infinita”. Dante avrebbe detto “quella cara gioia sopra la quale ogni virtù si fonda”: per essere buoni bisogna essere gaudenti.

Poi Leopardi continua dicendo “e teco la mortal vita saria simile a quella che nel cielo india”: e la tua compagnia mi renderebbe la vita simile a quella del paradiso. “India” vuol dire proprio “rende come Dio”. La vita dell’uomo su questa terra sarebbe divina se Dio accettasse di sporcarsi le mani col dolore, con la carne, con la miseria umana. Leopardi da giovane ha voluto tanto questo, ha sperato tanto in questo: “te viatrice in questo arido suolo io mi pensai”. Il termine “viatrice” è un’assonanza voluta con “Beatrice”, una compagna di strada così come Beatrice che porta Dante in Paradiso: qui Leopardi sta mendicando quello che Dante aveva già cantato come possibile. L’Europa era nata da uomini in grado di dire “tu Beatrice, tu donna, puoi essere la carne di Dio nella mia vita”. Il bene è possibile solo se Dio si fa carne nella nostra umanità: dall’amicizia, al sacramento del matrimonio. Tutto questo è andato perduto ma il grande poeta lo sente come necessario e lo chiede. Leopardi conclude offrendo questo inno a questa bellezza ovunque essa sia “ne’ superni giri, fra mondi innumerabili”, dando per certo, come in un atto di fede che essa ci sia, nonostante non sia voluta scendere sulla terra. “Se dell’eterne idee, l’una sei tu, cui di sensibil forma sdegni l’eterno senno esser vestita, e fra caduche spoglie provar gli affanni di funerea vita; o s’altra terra ne’ superni giri, fra mondi innumerabili t’accoglie, e più vaga del Sol prossima stella t’irraggia, e più benigno etere spiri; di qua dove son gli anni infausti e brevi, questo d’ignoto amante inno ricevi”. Questa è la più fervida e passionale preghiera di un ateo. Questo è il grido dei ragazzi che non può essere ignorato.