Le gambe penzoloni dalla sedia troppo alta e la faccia tuffata nella scodella. Fabietto e la sua colazione sono un tutt’uno. Julie, al contrario, cerca col cucchiaio la forza di fare quella domanda. Di buttarla lì come un banale “cosa mi metto oggi?” Come se fosse un biscotto sbriciolato, venuto a galla sul latte bollente. E mamma Emilia può borbottare i suoi “sbrigatevi che è tardi” come un rumore di fondo che non interrompe la ricerca.

 

Dal tazzone di Julie emerge all’improvviso un pandistelle. Ecco il segnale. È questo il momento giusto.

 

«Mamma, credi che io sia gay?»

 

Fabietto ha fatto cadere il tovagliolo e cerca di recuperalo con un piede.

 

«Hai sentito che cosa ti ho chiesto?»

 

Emilia ha sentito eccome. E ha anche smesso di borbottare. Si è tuffata sotto il tavolo per recuperare il tovagliolo e le sembra che da piano terra sia più semplice buttare fuori una risposta.

«Sì. No».

«Sì sono gay o sì hai sentito?»

«Ne parliamo questa sera, ok? Hai visto che ore sono?»

Fabio è caduto dalla sedia portandosi dietro scodella, latte, biscotti e chissà cos’altro. L’incidente in altre circostanze avrebbe innescato almeno un “ma è mai possibile che…”. Invece arriva come una benedizione. Mamma Emilia rimette in piedi il pargolo. Giaccone, zaino, berretto.

«Fuori che passa il bus!»

 

Julie ha capito che non c’è verso. Ricaccia sul fondo il pandistelle finche l’ultima bollicina non ha fatto il suo patetico “pop”. Ingoia il tutto ed esce senza salutare.

 

«Ecco, tanto valeva stare zitta», si ripete Julie durante la prima ora.

«Mamma non capisce niente», è il ritornello della seconda.

«Questa sera farà una scenata», è la certezza della terza.

 

L’intervallo giunge come una liberazione. Un po’ di movimento in classe e tutti fuori in corridoio. In bagno. Alla macchinetta del caffè. A fumare sulle scale antincendio.

Julie resta seduta a sistemarsi la frangia che non vuole stare al suo posto per niente al mondo. E poi correre il rischio di incontrare Alessandra è fuori discussione. Però non vederla… Almeno con lei ne deve parlare. E con chi altri sennò?

 

Quell’idea era venuta a bussare alla sua testolina nell’ora di storia. Il prof. – sempre elegante e fresco di laurea – aveva compiuto un rapido quanto improbabile balzo spazio temporale dalle crociate al gay pride. E poi la giornata contro l’omofobia. E poi un paio di film nelle ore buche.

Tanto era bastato a far breccia nel suo caschetto di capelli scuri. E l’amicizia con Alex aveva cambiato volto.

 

«Ma non esci dalla classe oggi? Ti aspettavo. Tvb.»

«Devo ripass x l’interrogazione di filo. Esco magari dopo».

«Dopo quando? Vieni a kasa mia oggi?»

«Nn so. Forse».

 

Il tempo di pulire il pavimento e sistemare la cucina era stato sufficiente a Emilia per costruire un castello di incertezze, pianificare un pomeriggio di consulenze e collaudare un discreto campionario di risposte.

Prima consulenza: chiacchierata con la collega dell’ufficio. Ma per quella va bene tutto e il contrario di tutto.

Seconda consulenza: una telefonata al marito (ma dal lavoro come si fa parlare di queste cose?).

Terza consulenza: la capo scout di Julie.

«Così, tra un boccone e l’altro mi ha detto questa cosa. E non so che pensare».

«Ha solo sedici anni. Probabilmente sono pensieri che passano. Fa parte della crescita. Dell’adolescenza».

«Già. Ma questa sera come le rispondo? Non so. Forse qui nel gruppo hai notato qualcosa…»

«No. Juliè è una brava ragazza e un’ottima scout. È ok sotto tutti i punti di vista».

«Allora perché mi ha chiesto…?»

«Forse è una provocazione per attirare l’attenzione. Forse il bisogno di sentirsi rassicurata».

Mamma Emilia resta perplessa. Soddisfatta a metà. E vede il campionario di risposte diradarsi a vista d’occhio.

 

Alla fine Julie ha ceduto alla raffica di messaggi. Dopo l’ultima ora, un panino e poi da Alex. Per studiare. Almeno questa è la scusa.

 

Sono solo ottocento metri. Percorrerli a passo lento con l’i-pod a tutto volume aiuta pensare.

Pensare che con Alex sono amiche da sempre. Dai tempi delle elementari.

Che con lei sta bene. A suo agio. Come con la sorella che non ha mai avuto.

Che è bello scambiarsi le felpe, fare i compiti insieme, andare a danza, uscire il pomeriggio per andare in gelateria anche in pieno inverno.

Ancora seicento metri.

Per pensare che tutte le sue amiche hanno un ragazzo e lei no.

Che spesso si sente un po’ diversa. Un maschiaccio impolverato dalla testa ai piedi per far giocare le coccinelle e i lupetti del branco.

Che quando Alex non la chiama o non le manda sms le sala in gola un saporaccio di gelosia.

Ancora quattrocento metri.

Per pensare che stare mano nella mano con Alex è cosa normale.

Che abbracciarla la fa stare bene.

Che è bella anche quando litigano.

Ancora duecento metri.

Per non pensare a niente.

Cento per tornare indietro con qualche pretesto.

Cinquanta per convincersi che il prof. di storia ha ragione quando dice che eterosessuali o omosessuali è la stessa cosa e che bisogna esprimere la propria sessualità come meglio si crede (ma poi chissà che cosa centra con la storia…).

Trenta per supporre che forse non è proprio così.

Venti per fantasticare su un ragazzo scout che ha conosciuto al Jamboree e con il quale chatta una sera sì e l’altra pure.

Dieci metri per dirsi che con Alex è solo una bella amicizia.

«Era ora! Ma quanto ci hai messo?»

«Oggi sono al rallenty, che ci vuoi fare?»

E anche i compiti vanno al rallenty. Meglio tritare chiacchiere. Spettegolare sui prof, sui compagni, sull’insegnante di danza che se la intende con il giardiniere. Meglio uscire in strada e fare le sceme come due ragazzine… echissenefrega!

 

È mamma Emilia a rompere il ghiaccio.

«Vuoi parlare di quella cosa di questa mattina?»

«Non so. Forse no. Era solo una domanda buttata lì».

«Comunque non credo che tu abbia problemi. È giusto cercare di capire come siamo fatti. Non sempre i sentimenti sono chiari».

 

A Julie basta.

 

Non le serve altro per ritornare ad essere un’adolescente serenamente burrascosa.

Non le serve altro per archiviare il prof. di storia tra i personaggi bizzarri e tendenziosi che popolano il liceo.

Non le serve altro per fare pace con la sua amicizia.

Non le serve altro per trovare il coraggio di telefonare al ragazzo che ha conosciuto al Jamboree.

«Papà, la fai una partita alla play station?»

«Vieni che ti straccio!»

«Questo è da vedere. Hai i riflessi di un dinosauro».

Intanto Fabietto continua a buttare skifidol nel lavandino ridendo come un matto. E dire che doveva già essere a letto da un pezzo.

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È nato a Pinerolo nel 1970 e dal 1997 è sposato con Cristina Menghini. Licenziato in Teologia Pastorale, pubblicista, ha seguito per anni la pastorale giovanile della Diocesi di Pinerolo dove attualmente è direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali e del giornale Vita Diocesana Pinerolese. Al suo attivo numerose pubblicazioni di spiritualità e narrativa. Cura su fb il gruppo "Un minuto con Dio".