Riportiamo qui di seguito delle riflessioni che Franco Nembrini ha condotto circa il pensiero leopardiano in un incontro tenutosi a Roma, grazie alla congregazione dell’oratorio di San Filippo Neri, intitolato “Canto Notturno, serata di poesia e musica: Leopardi, Schubert, Chopin”.

Giacomo Leopardi è di solito etichettato come il pessimista per eccellenza anche a causa di un’idea veicolata dalle scuole. Al contrario, è di una grandezza tale che ha sempre fatto innamorare e vibrare i cuori dei giovani, si è difeso da solo brillantemente. É un atto di vigliaccheria definirlo pessimista: Leopardi pone delle domande così eterne, così vere, che uno non può leggerlo davanti a trenta ragazzi senza vibrare di quella stessa tensione, di quello stesso desiderio di infinito. I ragazzi lo hanno sempre amato, stimato e sentito come il grande interprete di quelle domande ed esigenze di bene che avevano e che l’età adulta ha relegato come “domande inutili” al fine di occuparsi delle cose “concrete” della vita. La poesia di Leopardi è paradossalmente una delle più “religiose” mai scritte, proprio da lui che filosoficamente era ateo, materialista e razionalista. Quando lui guardava la realtà e lasciava parlare il cuore, diceva la verità. Nella poesia di Leopardi è sempre presente il verbo “mirare”, tutto è un’ammirazione: come si fa a chiamare pessimista un uomo così? Il primo sentimento dell’uomo è uno stupore per la realtà che lo circonda. Non è vero che la paura fa nascere la religione. Piuttosto la fede nasce proprio in ragione di un tale stupore.

Ne “il Canto Notturno di un Pastore errante dell’Asia”, Leopardi parla di un uomo nudo davanti all’immensità del reale, consapevole della sua piccolezza e della grandezza infinita. Qui si sente misteriosamente legato all’infinito e sa che se potesse rispondere alla domanda “cos’è quest’infinito seren?”, risponderebbe anche alla domanda “io che sono?”. Il percorso è straordinario: nella prima domanda si vede l’analogia tra il destino del mondo e il proprio. La luna sorge, si muove per contemplare i deserti e “indi si posa” e questo somiglia alla vita del pastore che sorge al primo albore, move le greggi e poi stanco si riposa. Si utilizzano gli stessi tre verbi: sorgere, muoversi, posarsi. Nella seconda parte del percorso, Leopardi dice che c’è di più, non ci può essere solo sofferenza, lui non sente di avere gli strumenti per “reperire” questo senso profondo delle cose, questo “di più”, ma afferma con forza che deve esserci. Si osserva una parabola ascendente: dal nulla alla possibilità che ci sia qualcos’altro fino ad arrivare alla certezza che c’è. “Tu forse luna intendi questo viver terreno, il patir nostro, il sospirar, che sia”. L’esperienza, il cuore e la ragione fan dire che qualcosa sicuramente c’è, Leopardi non la comprende a pieno ma sa che c’è. La parola “certo” ricorre successivamente per ben tre volte: “Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera”; “e tu certo comprendi il perché delle cose, e vedi il frutto del mattin, della sera, del tacito, infinito andar del tempo”; “ma tu per certo, giovinetta immortal, conosci il tutto”.

A questo punto Leopardi conduce una riflessione attualissima. Il problema dell’umanità è quello di avere la pretesa di pensare prima di stabilire cosa ha davanti. Il pensiero fonderebbe la consistenza della realtà, anzi addirittura la genererebbe: “cogito ergo sum”. Questa è la tragedia odierna perché la realtà è più grande del pensiero e se uno deve amarla, abbracciarla, capirla, a partire dal pensiero, non può riuscire a contenerla. O la realtà è più grande di me e mi chiede devozione, di essere “mirata”, allora mi metto in ginocchio davanti alla realtà per cui essa spacca il pensiero, oppure prima o poi finisco per forzarla nel tentativo di farla coincidere con quel che penso e si sfocia nell’ideologia. Leopardi sottolinea: “E quando miro in cielo arder le stelle; dico tra me pensando […]” ovvero dopo che ho ammirato le stelle, il cielo, l’infinito è allora e solo allora che può nascere il pensiero. Successivamente Leopardi lo ribadisce: “così meco ragiono”. É così che si ragiona: si registra lo stupore e l’ammirazione per la grandezza che uno ha davanti e dopo si inizia a ragionare e a chiedersi il significato di quel che si è visto. É lo stesso metodo che ci offre la Bibbia nella Genesi: Dio stesso ammira quel che ha fatto e vede che è cosa buona, poi ammira l’uomo e vede che è cosa molto buona. Ciò ci invita a lasciar perdere le cose inutili e a guardarci allo specchio per stupirci di essere “cosa molto buona”. È come se nella parola “ri-flettere” fosse contenuta questa verità: il pensiero che si flette, si inginocchia di fronte alla realtà.

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