È pleonastico rispondere positivamente alla domanda posta** mentre non lo è specificare e contestualizzare il termine AMBIENTE, che oggigiorno sembra di esclusivo appannaggio del pensiero verde e della cultura ambientalista (che a mio avviso, sono la quintessenza dell’opposto del vero amante della natura). Con il termine AMBIENTE, infatti, intendo descrivere il mondo reale che ci circonda, sia esso di natura fisica che metafisica in quanto esistono realtà visibili ed invisibili le cui dimostrazioni non sono oggetto di fede bensì di semplice esercizio della ragione, come hanno egregiamente spiegato tanto Aristotele quanto Tommaso d’Aquino, Platone come Giovanni Paolo II. Il dato reale (che potremmo anche definire naturale) infatti, ci circonda di continuo e noi ne siamo, volenti o nolenti, dipendenti se non addirittura succubi: un esempio lampante è dato dal clima, che l’uomo può mitigare solo negli effetti e mai nell’atto e che per quanto l’uomo cerchi di riprodurlo, sfugge alla sua totale comprensione accontentandosi di mere previsioni che sovente sono fallaci.

L’ambiente, a mio modo di vedere, si compone di due partes, una antropica ed una prettamente naturale (o creaturale) che si collegano ed interagiscono a vicenda e di cui l’uomo è, a seconda del punto di vista, sia soggetto che complemento di termine: l’uomo infatti costruisce una casa ma riceve anche il calore del sole (e se lo usa per scaldarsi, se ne appropria); se è vero che può potare una vigna, è altrettanto vero che ha trovato sulla terra la sua prima barbatella (e ricavandone il vino, frutto della terra e del suo lavoro, ne godrà degustandolo). Bisogna specificare tuttavia che l’ambiente qui inteso non è caratterizzato da fissità e immutabilità, giacché merita di esistere solo ciò che è veramente affine ed utile all’uomo: una palude, benché sia un dato di realtà, va prosciugata; un non luogo, benché possa essere indispensabile (come lo è una stazione ferroviaria) o costruito dal più ingegnoso degli uomini, sarà sempre antitetico all’ambiente; semplificando ciò che voglio dire, il non luogo è freddo, l’ambiente riscalda: nel non luogo l’uomo passa, nell’ambiente permane, etc.

L’uomo è il vero Signore della creazione, ossia dell’ambiente, sebbene solamente in maniera vicaria giacché egli stesso (per il semplice fatto di trovarsi circondato dall’ambiente) riceve un qualcosa che è prima di lui e con cui lui può solamente interagire: qualora creasse qualcosa, dipenderebbe sempre dall’ambiente perché sarebbe costretto a partire da qualcosa di già esistente come avviene, ad esempio, nelle materie plastiche.

Il miglior esempio che possiamo dare per far comprendere in maniera semplice e diretta quanto detto sono i piccoli e piccolissimi centri abitati italiani in cui, ostinatamente quanto coraggiosamente, gli abitanti hanno la possibilità di mantenere un reale rapporto con il territorio vivendolo, maledicendolo e ringraziandolo al tempo stesso, interagendo con l’ambiente che li circonda (in questo caso sia antropico che naturale), praticando «l’accoglienza, il radicamento e la comunità»[1]; allo stesso tempo, tuttavia, il signoreggiare dell’uomo sul vero ambiente si manifesta nei residenti di tutti i centri storici, comprese le città, che in ogni modo cercano di fermare i non luoghi che avanzano sotto svariate quanto ripetitive forme proprio in virtù del loro rapporto coltivato e radicato nelle tradizioni e nella cultura che trasuda in ogni pietra del proprio quartiere. In entrambi i casi, è emblematico che i nomi della attuale toponomastica ricalchino sentimenti e saperi antichi che oggigiorno è difficile se non impossibile immaginare: il mondo antico, benché non ci sia più, è sempre presente e vivifica l’ambiente circostante che, tuttavia, viene forzatamente convertito dalle leggi del mercato e dalla cultura post-moderna dilagante[2].

Ovviamente conviene parlare qui dell’ambiente intendendolo nel suo senso creaturale, ma è altrettanto importante non dimenticare la possibilità di declinare il nostro discorso anche in ambito urbano: ovviamente si può nascere e crescere nelle periferie e cercare di non omologarsi al nulla dilagante ma per poterlo fare si dovrà obbligatoriamente prima sradicarsi per poi radicarsi in qualcos’altro: a riprova di questo, si consideri che le seconde e terze case dei piccoli e minuscoli centri abitati italiani sono quasi sempre proprietà di persone che abitano nei quartieri cementizi delle città o delle metropoli italiane.

L’ostinazione è il tratto caratteristico di coloro che vivono la terra barcamenandosi tra vicissitudini naturali e impedimenti posti dall’uomo, soprattutto se posti dietro ad una scrivania o nei posti di potere: non è un segreto per nessuno che la battuta che gira tra gli agricoltori d’Italia dice che «in Italia è più facile produrre un chilo di droga che un litro di vino»[3] e che, sovente, le regole imposte dall’uomo in favore dell’ambiente servono solamente a preservar un qualcosa non sempre utile e conveniente come è avvenuto con il ripopolamento dei cinghiali o dei lupi.

Perché, dunque, è importante l’ambiente? Perché dal rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda deriva il fatto di essere se stesso dal momento che solo nelle attività di manipolazione si fa evidente il carattere signorile e regale umano che trova la sua giustificazione nelle stesse parole che il Creatore ha rivolto ad Adamo ossia «soggiogate la terra». Ovviamente non tutti possiamo essere agricoltori, per svariati motivi, ed ogni attività lavorativa se onesta è sempre lecita: purtuttavia, è vero che oggigiorno il II ed il III settore non comprendono più che non possono fare a meno del I mentre, invece, le politiche attuali non aiutano né la resilienza delle aree periferiche (spesso al limite dell’improduttività) né all’avvio di attività imprenditoriali agricole degne di questo nome.

È doveroso ed imprescindibile mantenere vivo l’ambiente attorno a noi, ma è giusto sottolineare che spesso chi lo fa è costretto a barcamenarsi in molteplici impedimenti: si pensi solamente che durante la stagione della potatura (che, come è noto, non può avvenire quando si ha tempo bensì quando decide la natura) non esiste il permesso per svolgere tali lavori cosicché un pover’uomo che possiede, ad esempio, degli alberi di olivi è costretto a prendersi le ferie per poter potare sperando, ovviamente, che non piova altrimenti sarà costretto a rimanere a casa. I nostri legislatori, o gli stessi ambientalisti, sanno cosa significa alzarsi alle 3:45, compiere un viaggio di 2:30 per recarsi a lavoro, svolgere la propria mansione, rifare il viaggio a ritrovo e poi, dalle 16:00 o dalle 17:00, recarsi a lavorare la dura quanto irta costa di un monte della provincia laziale? Sanno cosa significa continuare ad abitare in piccolissimi centri dove resiste, ma a caro prezzo, solamente una scuola materna ed un bar pur di non abbandonare una casa, un terreno, un cimitero?

L’Italia è stata forgiata da monaci e uomini con grandi ideali, che preferivano abitare in luoghi scomodi e di difficile raggiungimento pur di controllare ogni singolo centimetri del territorio circostante: si pensi a Canterano e Rocca Canterano, piccolissimi centri della Valle dell’Aniene che dall’alto delle loro posizioni (sono paesi sviluppati letteralmente in salita) costituivano un salvagente a quanti si avventuravano per quelle lande dall’Alto Medioevo fino alla Seconda Guerra Mondiale: se scomparissero, chi percorrerebbe più quelle strade? Chi sradicherà la mala erba? Chi poterà gli alberi da frutto? Chi controllerà la crescita dei boschi? Stesso discorso per un paese di medie dimensioni come è Segni che si trova si trova su una collinetta isolata della Valle del Sacco.

L’idea che propongo per il futuro dell’Italia è una vera e proprio riforma, ossia il ritorno alle origini che faccia tornare indietro l’orologio del cosiddetto progresso di almeno 50 anni: sbaglio o fino agli anni ’70, ovvero fino a quando non era avvenuto lo spopolamento delle aree marginali e l’agricoltura costituiva ancora la prima fonte di sostentamento di milioni di famiglie, l’Italia non conosceva il dissesto idrogeologico?

Facciamoci questa domanda, e sarà facile capire cosa fare. Sarà faticoso e doloroso, ma i calli hanno sempre onorato i «volti scavati da grandi fatiche, cuori donati senza farsi vedere»[4] senza dimenticare che, come diceva il grande Guareschi, «la terra non tradisce: sono gli uomini che hanno tradito la terra»[5].

* Il presente articolo è risultato tra i vincitori del Concorso per proporre idee da parte dei cittadini per pensare l’Italia del futuro indetto dal think tank “Nazione Futura” ed è stato pubblicato in Nazione Futura. Rivista di approfondimento politico, economico e culturale, Numero 3 – Primavera 2018 dal titolo Pensiamo l’Italia del futuro. Idee per un nuovo avvenire, pp. 176-180.

L’articolo è qui riproposto con il permesso del Dott. Francesco Giubilei, editore di Nazione Futura, che ringraziamo calorosamente.

** La scrittura dell’articolo era vincolata ad una di cinque domande relative ad altrettanti grandi temi che il think tank intende proporre all’attenzione della politica nazionale (Qual è il ruolo del cittadino nel nostro Paese?; È davvero necessario oggi rinunciare ai propri valori e alla propria cultura?; Qual è il ruolo della famiglia nella società?; Come si può decidere di non offrire un futuro ai nostri giovani?; Perché è importante la tutela dell’ambiente che ci circonda?): il presente articolo cerca di dare una personale risposta alla domanda n. 5.

[1] Giovanni Lindo Ferretti in Lorenzo Maria Alvaro – Marco Dotti, Giovanni Lindo Ferretti, quassù l’umano non si è perso in http://www.vita.it/it/story/2016/07/25/giovanni-lindo-ferretti-quassu-lumano-non-si-e-perso/70/ [pagina visitata il 3/04/2018].

[2] Un caso emblematico è rappresentato da Roma dove la toponomastica riflette, tanto ostinatamente quanto anacrosticamente, il carattere di città-campagna tipico dell’Urbe ante-1870: Via della mola dei fiorentini non è sopravvissuta tanto quanto Via delle Vigne Nuove benché non esista più in quelle zone né un molino né una sola barbatella di vite?

[3] Frase amara quanto vera, sentita svariate volte da un viticoltore dei Castelli Romani di cui, ovviamente, preferisco tacere il nome e l’esatta ubicazione.

[4] Vorrei ballare, Ambrogio Sparagna (2001).

[5] Giovannino Guareschi, La dote di Clementina, Tutto Don Camillo, BUR, Milano 1998, p. 2448.