Accartocciato sulla vecchia poltrona sgangherata dell’ufficio parrocchiale, don Mimmo sudava abbondantemente. E non solo per il caldo.

Sulla scrivania la Bibbia aperta e una lettera letta e riletta. Perfino sottolineata nei punti più critici.

“Dovrebbe cercare di essere meno diretto. Meno pungente”. Era il primo richiamo che don Mimmo riceveva in tanti anni di ministero. Per carità, niente di ché. Solo una lettera dai toni paterni, firmata dal Vicario generale. Un invito ad andarci piano: “I tempi cambiano, caro don Mimmo, e occorre adeguare la predicazione alla modernità, alle sensibilità dell’oggi. Occorre far attenzione a non offendere nessuno, a non urtare troppo. Insomma, coniugare la fede con la vita vissuta dalla gente. Dovresti provare ad incarnare di più il Vangelo, don Mimmo. Incarnare nella vita. Incarnare…”.

Incarnare. A don Mimmo veniva in mente soltanto un’unghia dolorante. Ma niente in confronto al dolore intercostale che quel richiamo gli aveva procurato. E mille domande si affollavano nella sua testa: “Sono così vecchio e superato? Sono ormai da ricovero? Eppure mi aggiorno, leggo, studio…”.

I rintocchi del campanile appena riparato lo richiamarono al dovere: preparare l’omelia per la messa della domenica. E qui un’altra fitta: come “incarnare” quel passo del Vangelo di Giovanni?

Don Mimmo era di quelli che l’obbedienza la prendevano sul serio. “Niente storie. Avanti. Proviamoci!”, si disse determinato.

E aprì la Bibbia sul passo indicato dalla liturgia.

“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

“Ecco. Mi sa che queste parole suoneranno male a qualcuno. Potrei adattarle un po’: Chi crede in lui non è condannato; e chi non crede troverà certamente strade alternative”.

Il brano proseguiva: “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie”.

“Anche qui c’è qualcosa che non va – pensò don Mimmo, sforzandosi di incarnare a tutti i costi – Troppo duro. Troppo diretto. Dovrebbe suonare meglio qualcosa come: secondo un’opinione plausibile (la parola giudizio non piace a nessuno!) la luce è venuta nel mondo, ma qualche uomo ha preferito i chiaroscuri. Le loro intenzioni erano buone ma le circostanze socio-economiche li hanno condotti a scelte diverse”.

Don Mimmo rilesse gli appunti che si era preso, per nulla soddisfatto.

E poi c’era ancora un versetto da “incarnare”: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

“Su Dio che ama il mondo non dovrebbero esserci difficoltà, ma sul resto…”. E provò a riscrivere: “chiunque crede in lui, o in un altro o crede comunque in qualcosa…”

E ancora: “non vada perduto, ma abbia la vita eterna… è troppo duro. Troppo radicale. Meglio dire: non smarrisca se stesso e trovi vie di realizzazione in questo mondo, nella vita di ogni giorno, facendo le scelte che ritiene più opportune… Ecco questo dovrebbe essere abbastanza incarnato, non discriminante, aperto, dialogante. Questo dovrebbe piacere anche al Vicario.”

Il campanile lo richiamò ancora una volta alla realtà. Don Mimmo afferrò la Bibbia e, con l’agilità concessagli dai suoi ottant’anni, volò in sacrestia per indossare i paramenti.

Quella domenica don Mimmo non fece l’omelia.

Con voce ferma proclamò per due volte il brano del Vangelo, così come era scritto nel Lezionario..

Di suo aggiunse soltanto: “Queste sono parole di Gesù. Se a qualcuno non piacciono, vada a lamentarsi da lui!”.

Intanto i chierichetti avevano costruito un aeroplanino di carta e lo facevano volteggiare a bassa quota nel presbiterio. Sulla coda del rudimentale velivolo faceva bella mostra di sé la firma del Vicario.