Già l’anno scorso il Presidente della Cei, il cardinal Gualtiero Bassetti, sottolineò la necessità di superare la frattura tra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”.

Oggi, dopo il risultato elettorale del 4 marzo che ha consegnato un profondo cambio del paradigma politico nazionale con cui si chiude il quarto di secolo definito come “seconda repubblica”, di fronte alla sparizione totale dall’agone politico di una organica presenza di laici portatori della visione sociale cristiana, quell’indicazione rimane probabilmente non solo la più innovativa ma anche l’unica possibile per cogliere i tempi nuovi, facili o difficili che siano, da parte di tanti uomini e donne “liberi e forti”.

La diaspora prima e la progressiva agonia poi hanno disperso un patrimonio ideale e la concretezza di tanta testimonianza, cosa che ha impedito il passaggio del testimone alle giovani generazioni che hanno visto troppa classe dirigente cattolica autoreferenziale e chiusa nella dimensione della commemorazione e dell’occupazione di spazi sempre più residuali.

Per usare una fulminante battuta di un amico per una squadra calcistica uscita da una importante competizione, “siamo stati grandissimi…ma siamo usciti…il resto non conta”: ecco prenderne atto è un primo passo.

Il secondo è quello di riannodare i fili di un pensiero e di una tradizione piuttosto che provare a gettare ancora in mare vecchie reti nella speranza di tirare su qualche rimasuglio!

Si chiude l’epoca in cui i cattolici, riprendendo parole di don Primo Mazzolari, sono andati a prestito di rivoluzioni altrui: ha funzionato? I risultati dicono, impietosamente, di no!

Annacquarsi sulle strade del liberismo o del progressismo, rintanarsi negli schemi politici creati a tavolino o nelle geometrie della politica un po’ di qua e un po’ di là, illudersi di diventare lievito in impasti che usavano altri lieviti (anche confondendo il piano dell’evangelizzazione con quello della politica) non solo ha portato all’irrilevanza ma ha acuito una frattura su cui hanno prosperato in troppi come singoli e che ha teso ad infilarsi, come germi ideologici, subdolamente anche nella Chiesa.

Come uscirne? Riscoprendo chi siamo, ossia dei chiamati alla santità, anche in politica e in una dimensione comunitaria, ricordando, come ha fatto Papa Francesco nell’omelia della S. Messa a Santa Marta del 12 aprile, richiamando le caratteristiche degli Apostoli (obbedienza, testimonianza, concretezza), che la testimonianza cristiana dà fastidio. Ritrovare l’originalità di un pensiero, di quella tradizione unitaria radicata nell’idea democratico cristiana e non nella nostalgia di una struttura legata al suo tempo – per questo nel centenario della morte è utile riscoprire il pensiero di chi per primo ne scrisse ossia un grande sociologo, economista, politico come il Beato Giuseppe Toniolo – significa allora trovare il coraggio di “dare fastidio” e costruire processi superando arroccamenti e “slavature” (il Santo Padre parlerebbe di “cristiani all’acqua di rose”).

Infastidire significa saper non scendere a compromessi sulla verità: per capirlo si può ricorrere ad un pensiero di Aldo Moro che affermò che “quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi”.

Intrapresa questa strada è possibile lavorare per accogliere l’invito di Bassetti aiutandoci con la lettura dell’ultima Esortazione Apostolica del Pontefice, la “Gaudete et exsultate” sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo.

Già le parole iniziali sono oltremodo significative perché riprendono il capitolo 5 versetto 12 del Vangelo di Matteo dove Gesù si rivolge a coloro che sono perseguitati ed umiliati a causa sua e indicative, per comprendere l’innaturalità della frattura da cui il ragionamento presente ha preso le mosse, sono le parole che si ritrovano ai capoversi n. 100, 101, 102: “Purtroppo a volte le ideologie ci portano a due errori nocivi. Da una parte, quello dei cristiani che separano queste esigenze del Vangelo dalla propria relazione personale con il Signore, dall’unione interiore con Lui, dalla grazia. Così si trasforma il cristianesimo in una sorta di ONG, privandolo di quella luminosa spiritualità che così bene hanno vissuto e manifestato san Francesco d’Assisi, san Vincenzo de Paoli, santa Teresa di Calcutta e molti altri. A questi grandi santi né la preghiera, né l’amore di Dio, né la lettura del Vangelo diminuirono la passione e l’efficacia della loro dedizione al prossimo, ma tutto il contrario.

 

Nocivo e ideologico è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo, dove alcuni festeggiano, spendono allegramente e riducono la propria vita alle novità del consumo, mentre altri guardano solo da fuori e intanto la loro vita passa e finisce miseramente.

Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse «come Cristo”, esprimendolo perfino con gesti di adorazione, e che i poveri pellegrini li si trattasse «con la massima cura e sollecitudine»”.

Ecco allora trovate le coordinate per sanare la frattura e trovare la capacità di rimetterci in cammino, ossia superare la diffidenza, essere miti (non moderati), appassionati, non omologati. Insomma ritroviamoci ad esercitare la sana virtù dell’amicizia che può diventare essa stessa un progetto politico!