Oggi sopravvivere è dispendioso, ci viene chiesto a caro prezzo di far fruttare la nostra presenza nel mondo, altrimenti conviene riflettere su quanto essa valga socialmente la pena, considerando responsabilmente quanto ogni singolo sia un compito, un peso. Al contempo, l’accumulo e il piacere della novità, favoriscono standard veloci, un’asticella in crescita e tensione verso nuovi criteri qualitativamente idonei al disorganico concetto di normalità. Ne consegue l’inspiegabile insoddisfazione cronica in ampia crescita, nutrita nonostante (e non per privazione) di possibilità.

Quando un simile cortocircuito si diffonde con capillarità non esonera l’ambito bioetico, coinvolgendone la riflessione, in particolare sulla ricaduta di gigantesche pretese del paziente rivolte ad una professione che non è nata per assolvere ai desideri di ognuno, ma per compiere tre azioni: to cure (guarire), qualche volta; to relieve (alleviare), spesso; to care (prendersi cura), sempre possibile.

Guarire, alleviare e prendersi cura sono tre azioni che garantiscono la relazione medico-paziente perché implicano il suo bene, in primis, e il bene del medico o dell’operatore sanitario, dando lui i termini per mantenersi saldo nell’integrità personale, morale, umana e professionale. Si dice perciò, che la bioetica è un crocevia di esistenze e l’ambito sanitario il luogo d’incontro tra una fiducia e una coscienza. Attraverso la pratica delle tre condotte citate, è garantita la fiducia e dalla fiducia la consapevolezza di dover fare tutto il possibile, ma solo il possibile e il meglio possibile.

La dilatazione del significato di “salute” e di “malattia”, già a partire dalla definizione data dall’OMS, ha favorito la crescita dei doveri che, verosimilmente, i medici dovrebbero assolvere per ottemperare alle attese di un generico “benessere” dell’individuo; contemporaneamente si è andata generando una sostanziale medicalizzazione dell’esistenza al punto che, molti pazienti sani, affidano tutta l’esistenza alla medicina, cedendo nuove religiosità, senza riscuotere l’assenza di senso che in essa, ovviamente, non devono ricercare (si parla oggi di una nuova categoria di malati, i cosiddetti “non-pazienti”).

L’abitudine, in alcuni momenti smentita dallo stesso Cartesio, di smembrare l’essere umano in dualismo di fondo, percependolo concreto nelle sole parti tangibili al fine di dispensare l’etica nelle azioni dirette al corpo, ha smentito l’affinità riduzionista, individualista, nell’esausto, nella somatizzazione di un male anteriore, pesante come un macigno, che si esprime anche in sintomatologie fisiche curate con bende, in superficie, generando di conseguenza un distinguo essenziale fra dolore e sofferenza, che non sono necessariamente sinonimi.

Ecco che l’uomo diviene degno solo se conforme, la sua vita apprezzabile se meritevole: una dicotomia in collisione, formata da temporanee gratificazioni evanescenti di dominio sull’origine e sulla fine, che si prestano alla schiavitù dell’abbandono, forgiando gravi pretese, tra cui che la nudità dell’essere semplicemente uomini non sia abbastanza dirompente per riconoscerne l’incontenibile bellezza e abbia bisogno di nuove motivazioni.

Nella sesta delle sue Meditationes (1641) proprio Cartesio ammette: « che io sono posto nel mio corpo, come un pilota nella sua nave, ma che gli sono anche congiunto così strettamente da comporre con lui un tutto unico. Se così non fosse, non proverei alcun dolore, io che sono una cosa pensante, quando il mio corpo è ferito, ma percepirei questa ferita con l’intelletto, come un pilota percepisce con la vista se qualcosa rompe il suo vascello. E quando il mio corpo ha bisogno di bere o di mangiare mi limiterei semplicemente a conoscere questa situazione senza esserne avvertito da sensazioni confuse di fame e di sete. Tutti questi sentimenti di fame, sete, dolore, eccetera, non sono, infatti, altro che certi modi confusi di pensare derivanti dall’unione, se non addirittura dalla mescolanza, dello spirito con il corpo»

Perché il bene è così fragile?

Sinteticamente ho cercato di porre dei punti conflittuali sui quali si potrebbero scrivere fiumi di pagine, parlando per ore, ma vorrei che funzionassero -almeno parzialmente- come chiave di lettura e discernimento sui fatti di cronaca nera, come il recente caso che nuovamente vede l’Olanda fra i Paesi che più di altri amano il popolo, al punto di avvantaggiarne la morte con mezzi sempre più low cost e reperibili istantaneamente. È verificabile quotidianamente l’avanzare di una cultura della morte che soffoca, opprime con ingannevole leggerezza, la cultura della (e per la vita) al punto di decretare l’uccisione come bene maggiore del poter vivere.

Una cooperativa nata nel 2013, di circa 22000 soci, Laatste Wil, sponsorizza nelle città olandesi una particolare “polverina bianca”, un conservante biologico lavorato e modificato chimicamente – come ci informa Avvenire – che, a seguito dell’assunzione, provoca la morte nel giro di massimo due ore. Il network Nos ha raccolto testimonianze di quello che accade per mano degli agenti della cooperativa “L’ultima volontà”, dalle quali apprendiamo che la vendita avviene porta-a-porta e l’effetto è praticamente indolore, fatto salvo una leggera emicrania, a cui fa seguito un brusco calo della pressione sanguigna, il coma immediatamente successivo, poi la morte. Si può avere accesso al suicidio compiuti i 18 anni, dopo almeno sei mesi dall’iscrizione alla cooperativa, per la modica cifra di 7,50 euro.

È già apparsa sui giornali la prima vittima dell’associazione, una diciannovenne, Ximena Knol, in forte depressione post-abuso sessuale, del quale era vittima. La giovane aveva già fatto richiesta al medico di sopprimerla mediante eutanasia, ma questi si era rifiutato vedendo accanto alla ragazza una famiglia amorevole e uno psicologo attento al suo accompagnamento terapeutico, così Ximena ha sfruttato questa ingannevole via d’uscita legale, privandosi di ogni alternativa con una banale polvere sciolta in un bicchiere d’acqua, come un’aspirina. I cittadini portano avanti una feroce protesta contro gli enti che garantiscono e promuovono la morte facendo perno sulla fragilità di persone, segnate da momenti di crisi e sconforto, non necessariamente legato a malattie gravi o fasi cliniche terminali, semplicemente preda di paure, timori e problemi, privati o familiari, che in quel determinato momento affievoliscono la speranza. Il modo migliore per amare è quello di uccidere o istigare il suicidio di altri uomini la cui libertà drasticamente minata dalla comprovata mancanza di lucidità dettata dalla crisi e dall’esasperazione? È questa la nuova solidarietà di cui l’uomo evoluto è capace? Hanno ragione lo psicologo e i genitori della ragazza olandese, quando incalzano la loro rabbia nei confronti di un sistema culturale e politico che si aliena al cospetto di una condizione di profonda disumanizzazione civile, giuridica, etica secondo la quale, per efficienza e produttività, lo scarto selettivo, indotto dal singolo verso se stesso e da terzi verso l’estranea debolezza, è la libertà maggiore. Una libertà senza vita che possa esprimerla che libertà è? Il cortocircuito del relativismo; la piaga dell’indifferentismo.

Non troppe settimane fa, vi avevo portato l’esempio di Sarco (Euthanasia Machine) e della logica di Robin Hood, entrambi veicoli provocatori per smascherare un errore che la storia ha già visto: la pretesa di costruire l’uomo -e non più di riconoscerlo- è quanto avvenuto con i pietosi “istituti di carità” di cui parla H. Arendt, nei quali gli uomini considerati non-degni dal nazismo, venivano condotti a morte per un “bene maggiore” di altri uomini, uguali a loro. Come allora, anche oggi, ai sani viene offerto di lasciare il posto occupato nel mondo perché oramai è possibile sentirsi non necessari e festeggiare il numero di uomini che, stanchi, oppressi, si tolgono la vita, come la settimana dell’eutanasia che l’Olanda si presta annualmente a celebrare.

Un approccio di categorizzazione neutra dell’uomo come prodotto fra i prodotti mondiali toglie la sostanza unica delle dimensioni che compongono la persona, occupandosene con criteri qualitativi di efficienza e utilità, dove la funzionalità sostituisce l’essere, giustificando così anche il male etico, mutato in un bene di diritto. Quell’attimo in cui il dolore ci convoca diventiamo duttili; al pensiero del dolore, manipolabili, se quella fragilità non corrode il nulla fortificando la tenacia dell’abbondanza. Soffochiamo incontrando la carne, terreno di gioco dei nostri limi, ma dall’impatto talvolta procede un incontro nuovo anche per come siamo soliti conoscerci.

Chiaramente, l’inerzia del benessere e l’incalzante istanza di miglioramento, felicità, che medicalizza l’esistenza, non tollera il superamento dell’errore, piuttosto il suo annientamento. L’oblio della gracilità ci divora impreparati quando si fa presente. Generalmente si suppone che il paziente voglia tentare la vita, abbia speranza. Oggi invece l’ipotesi più accreditata è che per salvarsi voglia essere ucciso.

Quanti di noi hanno il coraggio di imporre la violenza di un abbraccio assoluto, senza aspettativa alcuna, per dire ad estranei: io ti conosco nell’uguale dignità di uomo che tu hai come io ho. Io ti conosco e so che sei più di ciò che ti affligge. Io ti conosco e so che hai il diritto di essere amato, prima di essere abbandonato, prima di essere soppresso. Io so che tu vali così come sei. Io so che tu vali sempre, a prescindere.

Sono qui, lasciati aiutare.