Report per il Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli, scritto assieme a Dario Citati.

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1. LA GUERRA CIVILE SIRIANA: fattori, attori e sviluppi interni

La guerra civile in Siria è cominciata nel 2011, sull’onda dei sommovimenti che quell’anno interessarono ampia parte del mondo arabo e che furono all’epoca denominati “Primavera araba”. La Repubblica Araba di Siria è dal 2003 l’ultimo superstite regime retto dal Ba’th, il partito nazionalista, panarabo e socialista che è stato al potere anche in Iraq. Dal 1970 la famiglia Assad detiene la Presidenza del Paese, prima con Hafiz e quindi con Bashar.

Nel 2011, all’alba del conflitto, la stabilità della Siria risentiva di diversi fattori negativi:

povertà: malgrado le politiche di liberalizzazione economica perseguite dagli Assad, il Paese continuava ad avere un basso reddito. Particolarmente elevata era la disoccupazione giovanile;

divisioni etniche: la maggioranza etnica di arabi includeva i ¾ della popolazione totale, compresi però anche 600.000 palestinesi (Damasco era sede del quartier generale di Hamas). Le minoranze etniche si presentavano inoltre geograficamente concentrate, dotate di una forte identità particolare e collegate con compatrioti oltre confine: è il caso dei curdi (10% della popolazione) e dei turcomanni (5%);

divisioni religiose: oltre a una consistente minoranza cristiana (10% della popolazione), era presente un’importante suddivisione interna alla maggioranza islamica. Il 10% della popolazione era infatti alawita, ossia appartenente a un gruppo prossimo allo sciismo da cui provengono pure gli Assad. Malgrado il loro regime non avesse connotati nettamente settari, gli Assad si erano preferibilmente affidati ad alawiti per molte posizioni chiave nell’amministrazione e nelle forze armate. Hafiz aveva creato interi quartieri a Damasco popolati da alawiti provenienti dalla regione costiera, per meglio controllare la capitale.

Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 Hafiz al-Assad aveva dovuto contrastare e reprimere un’insurrezione capeggiata dai Fratelli Musulmani, movimento politico-religioso transnazionale di estrazione sunnita. Bashar al-Assad durante il proprio governo aveva cercato di conquistare consensi tra la maggioranza sunnita tollerando l’estendersi di rigide interpretazioni religiose (mossa che ha invece favorito il diffondersi di un islamismo ostile agli alawiti). Inoltre la riduzione dei fondi alle forze armate e al partito ha ridotto la loro capacità di controllare e indottrinare i giovani.

Il fatto che la nuova rivolta, incendiatasi nel 2011, abbia trovato il serbatoio principale tra i giovani delle periferie urbane dei grandi centri, di religione sunnita e sensibili alle predicazioni islamiste, ha presto conferito un carattere decisamente settario alla guerra civile. Le fazioni più laiche dei rivoltosi, per giunta fin dall’inizio alleate ai Fratelli Musulmani nell’Esercito Libero Siriano, sono state presto relegate a un ruolo di comprimario delle più forti milizie jihadiste, e in particolare delle due filiazioni di al-Qaida – Jabhat al-Nusra, oggi Hay’at Tahrir al-Sham, e lo “Stato Islamico di Iraq e del Levante” (meglio noto con l’acronimo inglese di ISIS). Importanti milizie islamiste sono pure Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, ma esiste una vasta costellazione di formazioni minori. Sia “Jane’s” sia il Washington Institute hanno in momenti diversi stimato il peso degli estremisti islamici in circa il 50% dei rivoltosi totali; gran parte della restante metà era composta da islamisti meno radicali o da milizie di carattere locale, con solo una piccola porzione di forze realmente laiche e moderate.

Nel Settentrione la minoranza curda si è invece riunita sotto le insegne del PYD e della sua ala militare YPG. Col prosieguo del conflitto il YPG ha coalizzato attorno a sé varie milizie arabe nelle Forze Democratiche Siriane (FDS). Come conseguenza del carattere etno-settario della ribellione, anche il Governo ha fatto crescente ricorso agli alawiti per i propri quadri militari. La pratica di accordare l’evacuazione dei centri assediati, spesso grazie a tregue sotto l’egida dell’Onu, ha favorito il redistribuirsi della popolazione, col progressivo spostamento di una fetta di abitanti sunniti, quella ideologicamente più ostile al Governo, verso la regione di Idlib. È questa, assieme alla provincia di Deraa al Sud e a piccole exclavi nel centro del Paese, l’ultima zona ancora controllata dai ribelli arabi e turcomanni. La porzione nord-orientale della Siria è controllata ora dalle FDS a guida curda, minacciate da un’offensiva di milizie sostenute dalla Turchia. Il resto del Paese è tornato sotto il controllo del Governo.

L’acme della ribellione si era raggiunto nel 2015, quando sembrava concretamente in grado di scalzare Assad dal potere: dal settembre di quell’anno, grazie all’intervento diretto della Russia e ad un accresciuto sforzo iraniano, il Governo ha cominciato a riconquistare terreno. In questa fase le forze di Assad, sorrette da Russi e Iraniani, stanno procedendo a ripulire le sacche ribelli tra Hama e Homs e nella Ghouta Orientale. Dopo di che dovrebbero puntare verso le roccaforti ribelli a Nord e Sud, ossia Idlib e Deraa. Quest’ultima potrebbe rivelarsi particolarmente critica, poiché in prossimità del confine israeliano. La reazione di Gerusalemme al dislocarsi di forze iraniane o della milizia libanese Hizballah in prossimità del confine sarebbe prevedibilmente violenta. Un altro settore critico è quello dell’alto corso dell’Eufrate, dove già si fronteggiano milizie pro-turche e SDF a guida curda.