Molti sapranno che la realtà post-conciliare instaurò nella Chiesa Cattolica un nuovo fenomeno: quello del movimentarismo ecclesiale. La seconda metà del ‘900 è stata testimone della fioritura di numerosissimi movimenti in ambito cattolico: tra questi si possono annoverare i Focolarini di Chiara Lubich, il movimento di Comunione e Liberazione di don Luigi Giussani, il movimento Neocatecumenale di Kiko Arguello e Carmen Hernandez, l’Opus Dei di San Josemaría Escrivá de Balaguer e moltissimi altri che qui non possiamo riportare per motivi di spazio. Ciò fa si che la situazione ecclesiale attuale sia davvero molto complessa da descrivere ma questo è senz’altro fuori dagli scopi di questo articolo e dalle conoscenze di colui che scrive.

Ciononostante si vuole condurre una piccola e modesta riflessione sullo scopo primario di ogni movimento, senza il quale si rischia di dar vita a qualcosa di distinto dalla Santa Chiesa Cattolica e che quindi, a lungo andare, possa rivelarsi fallimentare per il percorso di fede di una persona, per sua intrinseca natura delicatissimo e non passibile di forzature esterne. Ogni uomo e ogni donna necessita di un cammino che in alcun modo può essere “costretto” in uno schema prestabilito a seconda del movimento in cui viene intrapreso. Inutile ricordare che l’impostazione in una associazione è principalmente fondata sul cosiddetto “carisma”, ovvero un mezzo tramite cui un uomo o una donna, scelti da Dio come strumento, possono ispirare altri a ricongiungersi con Lui. Nessun movimento che possa dirsi cattolico può prescindere da questo aspetto, altrimenti si rischia di cadere nell’idolatria della persona e il primo Comandamento ci è da monito per ricordare sempre che l’unico culto si deve rendere a Dio e a nessun altro. Un uomo non può diventare dio di se stesso, né può diventare dio per altri: una buona guida è perfettamente cosciente di questo, tanto da ricordarselo e ricordarlo ai propri fratelli fino allo stremo delle forze. É naturale che ogni movimento abbia le proprie peculiari caratteristiche, il proprio modus operandi e in poche parole, la propria “identità” ma evidentemente l’identità di un cattolico non può fermarsi all’immedesimazione col movimento ecclesiale in cui si è cresciuti o di cui si è fatto parte, seppur per breve tempo. San Paolo ci ricorda in maniera molto chiara, cristallina, qual è l’identità del cristiano e ce lo ricorda nella lettera ai Galati 17, 21 quando dice:

“Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, forse Cristo è ministro del peccato? Impossibile! Infatti se io riedifico quello che ho demolito, mi denuncio come trasgressore. In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.”

Queste parole hanno una portata stratosferica nella vita di ogni cristiano: “non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”. Potremmo quasi dire che in queste parole si concentra la nostra identità. Un cristiano non è ciellino, non è neocatecumenale, non è focolarino: è semplicemente cristiano e fa parte del Corpo Mistico di Cristo. Il movimento, semmai, può costituire un mezzo tramite cui arrivare a questa consapevolezza: l’importanza del cammino sta non tanto nel percorso in sé, ma nella meta. E la nostra meta è Cristo, non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo. É fondamentale (cioè costituisce proprio le fondamenta del nostro essere) l’Incontro con Lui, essere innestati in Lui e non lasciarsi sfuggire la possibilità di gustare la vita eterna, di abbeverarci alla fonte della vita. Sant’Agostino affermava “timeo Jesum transeuntum”: temo che Cristo mi passi davanti e che non riesca a riconoscerLo, a fermarLo, a dirgli quanto Lo amo. Se non si fa esperienza di questo nella carne come vigorosamente ci ricorda San Paolo, non si potrà mai rispondere alla fatidica domanda della vita “Cristo si o no?”. Don Giussani aveva ragione quando affermava che proprio in essa giace la questione cruciale della nostra esistenza, quella da cui dipende il motivo per cui ci si alza la mattina dal letto, soprattutto se fuori ci temperature rigidissime. Il movimento, in definitiva, non può sostituirsi a Cristo ma deve essere semmai un incentivo, fondato sul Magistero della Santa Chiesa, affinché un uomo compia quei passi che lo separano dalla sua meta. Senza tutto questo vano è il movimento e vana è la fede: a cosa serve una compagnia di uomini se non ti spinge a scoprire e ad esplorare la tua vera identità? Se non ti aiuta a formare un giudizio critico sulla realtà? É necessario ricordarsi di chi si è figli e qual è la propria radice, sempre: i movimenti per loro natura sono soggetti al tempo e alle persone che si susseguono nel tenerne le redini (talvolta anche in maniera impropria). Lungi da me lo sminuire le singole realtà ecclesiali o le esperienze degli uomini che ne hanno fatto parte: sono perfettamente consapevole dell’affezione per la paternità che molti hanno trovato. Tuttavia è necessario sempre tenere a mente le parole di San Francesco quando, spiegando a Santa Chiara proprio la logica che questo articolo ha provato a trasmettere, affermava: “Non appoggiarti all’uomo: deve morire. Non appoggiarti all’albero: deve seccare. Non appoggiarti al muro: deve crollare. Appoggiati a Dio, a Dio soltanto. Lui rimane sempre.”