Differentemente da quello che potrebbe credere lui, non amo dissentire dal mio amico Edoardo Dantonia. Lo credono in tanti a dire la verità, che io ami dissentire da loro, e pertanto che io ami dissentire in generale. Non è vero. È vero che dissento spesso. Ma non ci trovo nulla di piacevole. Al contrario trovo vera serenità solo nell’accordo.

Perché dissentire è facile. Meglio: dissentire è immediato. Più che immediato: dissentire è l’inevitabile stato della natura. In un mondo che lancia un’infinità di input – segni di un Qualcosa cui non abbiamo mai diretto accesso, che può solo essere filtrato – , input e segni che a loro volta possono essere interpretati e male-interpretati in infiniti modi … c’è davvero da stupirsi che gli uomini non capiscano? Che non “si” capiscano.

Dissentire non è eccezionale. È accordarsi che è un miracolo.

Per questo non mi piace dissentire. Eppure dissento. Perché Infinity War poteva invece essere un accordo. Memorabile, storico, un primato assoluto e un evento di ineguagliabile progresso. Probabilmente rimarrà giusto memorabile, e non penso a buon diritto.

 

Non me ne voglia Dantonia, ma a mio parere ragiona troppo da fan. E il problema è che le storie non sono fatte per i fan. Non solo le storie belle, anche quelle brutte non sono fatte per i fan. Le storie – finché sono storie – sono fatte per trasformare, non per confermare: la trasformazione è il principio narrativo. E allora un fan non sarà mai soddisfatto da una storia perché stravolgerà sempre il suo punto di valore; il fan sarà soddisfatto da una storia solo qualora anche lui diventi nuovo, assieme a quella storia. E allora potrà ancora dirsi fan, ma non è lo stesso di ieri, è un nuovo fan. Il fanatismo invece è uno spirito conservatore che cristallizza il valore.

So che la sparo grossa ad accusare qualcuno di conservatorismo e di pensiero cristallizzato. Ma verrà il tempo per redarguire anche me; non penso sia questo.

C’è una predisposizione che ricorre in tutte le forme di fanatismo narrativo. È la predisposizione a vedere il proprio oggetto di interesse, le proprie storie, i propri piccoli mondi di sogno, come macchie d’olio in espansione in un’area circoscritta dentro una grande griglia. E ogni nuovo capitolo, ogni adattamento, trasposizione, remake, ogni tentativo di raccontare ancora e a nuovo quelle storie, sia solo l’ampliamento di quell’area circoscritta ad altre aree dentro la griglia, permettendo così alla macchia d’olio di espandersi, ed espandersi ancora. Tutto ciò che è importante per il fan è l’espansione e la mancanza di agenti contaminanti. È quell’eccitazione che proviamo quando il romanzo che amiamo sarà adattato a film, e la pretesa che esercitiamo quando esigiamo che sia “fedele” all’originale. Ma un adattamento deve essere ben più di così. Altro che contaminante: la storia deve essere violentata, ingravidata, rivoltata come un calzino.

Deve essere nuova. Se una storia non è nuova non è una storia. La stessa storia raccontata mille volte deve essere nuova ogni volta, altrimenti sarà una storia solo cento volte, dieci volte, una volta.

 

Infinity War è una storia. È anche una storia piacevole. Ma è una storia mediocre. E sulle spalle aveva una grandissima responsabilità, e l’ha tristemente delusa.

 

Dieci anni di progettazione, nel più ambizioso piano narrativo mai architettato; i Marvel Studios hanno articolato un progetto più complicato di Harry Potter, de Il Signore degli Anelli e de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco; forse messi insieme. E già tanto basterebbe a lasciare con l’amaro in bocca quando se ne assaggia il faticato frutto.

Che dire poi dell’evento storico cinematografico che rappresenta: il più grande cast stellato che sia mai stato raccolto sullo schermo. In centovent’anni di storia del cinema non si era mai veduto nulla di simile. La Marvel Studios ha partorito nelle avide mani dell’ostetricia Walt Disney un pargolo che si è ciucciato 450 mila dollari al giorno per tutto il tempo di gestazione.

Ma non di meno, bisogna tenere conto dei quasi ottant’anni di racconti generati dalla penna e dalle chine di Stan Lee, Jack Kirby e Steve Dikto. Un mondo narrativo che si articola in oltre ottomila personaggi, sfogliabili in un’incalcolabile mole di pagine a fumetti.

 

Chi mai ha impugnato in una sola mano un simile tesoro di racconti? Quando, nella storia, un narratore ha mai avuto tanto potere? Infinity War non aveva la responsabilità di cambiare il mondo dei cinecomic (e probabilmente l’avrà anche fatto, ma già solo Il Cavaliere Oscuro di Nolan era stato un evento ben più significativo); Infinity War aveva la responsabilità di incidere nella storia della cultura occidentale.

 

Sembra esagerato? Sicuro, ma esagerate sono state le redine che ha deciso di impugnare. Nessuno pretendeva che rispondesse alla totalità delle aspettative, nemmeno il sottoscritto l’aveva mai creduto possibile. Ma questi autori hanno deciso di giocare con tanto, troppo fuoco. Si sono messi alla guida di un carro ben più che ambizioso: unico per portata e genere nella storia. E si sperava, che almeno un poco, ne tenessero conto. Che almeno un poco, sapendo quanto potevano sparare lontano, avrebbero fatto un gran botto, che avrebbero lasciato un segno. Si sperava in un cambiamento.

Infinity War poteva cambiare il mondo delle storie. Invece è passato lasciandolo come prima. È una storiella. Una piacevole storiella che ha messo in moto la più grande macchina narrativa esistente per essere realizzata. Come si può non rimanere delusi?

 

Ha vinto; ma senza rischiare di vincere.

Una deludente vittoria.

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Alberto Bordin
Porto il 46 di piede e mi mangio le unghie (delle mani). Sono un baritono tendente al basso, ma canto tra i tenori. Ho avuto due gatti, nemmeno un cane, vorrei comprarmi un gerbillo. Ho rotto due chitarre, numerosi piatti e bicchieri e un'infinità di punte di matite. Adoro l'odore dei kit-kat e da qualche anno fumo sigarette, ma avevo cominciato con la pipa. Odio anice e vaniglia, quasi quanto fare la differenziata. Ah, e scrivo. Mi piace scrivere, sì.