Alla fine erano arrivati in undici. Fra Antonello proprio non ce l’aveva fatta. Novantasei anni si fanno sentire e il viaggio dalla lontana Australia non è una passeggiata. Idem per fra Lodovico che era rimasto nel convento del Cairo a curare i suoi malanni da ottuagenario. Problemi di vista, e di visto da parte del governo cinese, per fra Luigi; bronchite cronica per fra Sisto che si era così rassegnato a trascorrere quei giorni nel convento dell’Havana. Gli altri, però, c’erano tutti e il Capitolo si sarebbe svolto regolarmente. Dieci giorni ogni dieci anni per fare il punto sulle opere e sulla fedeltà al carisma. I cugini (al momento della fondazione la definizione di “fratelli” era stata cassata a favore di un grado di parentela meno pretenzioso) missionari di San Francesco – una delle tante congregazioni che si ispirano al santo di Assisi – avevano alle spalle una storia lunga e travagliata che aveva visto anche momenti di grande espansione. Negli ultimi decenni, tuttavia, la carenza di vocazioni si era fatta sentire con particolare veemenza e il loro numero si era notevolmente assottigliato. Fino ai minimi termini di quel Capitolo che si sarebbe celebrato nell’antico convento di Gubbio, luogo natale della congregazione religiosa.Il primo giorno di Capitolo si aprì, com’era ovvio e prescritto dalla regola, con l’intervento del “cugino priore generale”, fra Giorgio Russo. Dopo la preghiera, i saluti di rito, il benvenuto e la lettura dell’ordine del giorno, fra Giorgio ristette in silenzio. Un silenzio che, dopo qualche minuto, iniziò a creare un po’ di imbarazzo tra i frati capitolari. Tutti si aspettavano un qualche discorso, una qualche esortazione. Qualcosa, insomma. Ma fra Giorgio continuava a tacere, sfogliando il libro della regola. Fu finalmente fra Mauro, guardiano della missione di Parigi, ad intervenire: «Padre Priore, non sarebbe il caso di iniziare i lavori?»

 

Fra Giorgio parve riaversi: «Ecco. Certo. Come no? Inizi lei, fra Mauro. Ci dica come procede la sua comunità».A quel punto fra Mauro non poté tirarsi indietro e iniziò a relazionare sulla difficile situazione in cui versava la missione che era stata aperta per soccorre i clochard. Erano accaduti fatti spiacevoli: alcuni assistiti arrivano talvolta ubriachi creando scompiglio tra i cugini. Inoltre era crollata un’ala del convento e il reperimento dei fondi per il restauro andava a rilento. C’era poi la questione della difficile convivenza nel quartiere con la chiesa calvinista che boicottava le iniziative pastorali della missione. Insomma: crisi nera.

 

Fra Giorgio e gli altri cugini (il titolo di “fra” era stato mantenuto per comodità e brevità) ascoltarono con desolata attenzione le lamentele di Fra Mauro per diverse ore. Fino a quando la parola fu data a fra Luciano della missione di Monaco di Baviera. Anche in Germania le cose sembravano non andare per il meglio. Il centro per il recupero dei tossicodipendenti era stato assaltato dagli spacciatori, un paio di cugini erano costantemente oggetto di vessazioni di ogni genere. Ad aggravare il tutto il pollice verde di frate Franz che aveva pensato bene di aggiungere alle erbe aromatiche dell’orto conventuale alcune piantine di cannabis. La voce era giunta alla Polizei del capoluogo bavarese e ne era sorto uno scandalo con i fiocchi!

 

I giorni che seguirono mantennero il tono: pessime notizie anche dalle missioni latino-americane di Brasilia e di La Paz. Per non parlare del Congo dove i ribelli avevano rubato perfino le tonache dei cugini o del centro pastorale di Abetolo. In questa piccola cittadina del Nord Italia ogni proposta avanzata dai cugini veniva sottoposta dal clero locale ad estenuanti valutazioni, verifiche e analisi per essere, alla fine, inesorabilmente cassata. Di questo passo si giunse al nono giorno del Capitolo. Fra Giorgio Russo si alzò per trarre le conclusioni. Il silenzio che regnava nell’aula capitolare non metteva certo allegria. Fra Giorgio dopo due parole si lasciò andare ad un pianto incontenibile. Fu ancora una volta fra Mauro a trarlo d’impaccio. «Cugini – esordì – tutti voi ricordate quante volte accadde che San Francesco, dovendo tenere una predica, dimenticasse quanto aveva preparato e, di fronte al popolo radunato per ascoltarlo, non riuscisse a fare altro che piangere. E tutti voi certamente ricordate anche che quelle lacrime suscitavano più conversioni di tante parole. Pertanto credo che le lacrime del nostro generale abbiano per noi un messaggio di conversione».

 

I cugini, fra Giorgio compreso, fissavano fra Mauro perplessi ma incuriositi. «In questi ultimi anni – riprese fra Mauro – abbiamo tentato di adattarci al presente e alle esigenze dei tempi che cambiano. Abbiamo predisposto missioni con i giovani e i poveri, abbiamo aperto centri per il recupero di tossicodipendenti e degli alcolizzati, abbiamo attivato percorsi di evangelizzazione e di catechesi. Il risultato? Quasi sempre un clamoroso fallimento. E quindi? Che cosa ci vuol dire il Signore?». «Di chiudere baracca?», tentò una risposta fra Luciano. «Al contrario – fra Mauro sembrava ora davvero convinto delle sue parole – ci dice di andare avanti così. Per tradizione, al termine di ogni capitolo, inviamo a tutti i cugini sparsi per il mondo un messaggio tratto dagli scritti di Francesco. Quest’anno proporrei un messaggio tratto dagli scritti di Samuel Beckett che suona più o meno così: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio”. Se qualcosa abbiamo capito da questo capitolo è che il nostro carisma, oggi, è quello del fallimento. Carisma assolutamente cristiano e francescano. Carisma che rispecchia perfettamente gli sforzi di uomini e donne che ogni giorno tentano di migliorare il mondo. E non ci riescono. Continueremo pertanto tutte lo nostre opere sapendo che il fallimento fa parte della nostra testimonianza. E se fallendo riusciremo a mantenere la letizia del cuore avremo raggiunto lo scopo della nostra missione». I cugini si alzarono in piedi per un interminabile applauso che concluse, con un giorno di anticipo, il Capitolo generale.
Il viaggio di ritorno dei cugini capitolari fu un disastro: treni in sciopero, aerei bloccati, autostrade occupate. Tutti i cugini, però, rientrarono in convento con il sorriso sulle labbra: «Il capitolo di quest’anno – proclamavano radiosi – è stato un vero fallimento!»