Ma che cos’è esattamente una “fake news” e chi decide quando una notizia può essere definita tale?

E’ ormai evidente a tutti che l’introduzione massiccia di neologismi ha prodotto una neolingua nella quale la logica della corrispondenza tra i nomi e ciò che i nomi indicano appare del tutto stravolta.

Abbiamo lungamente discusso sui motivi e sulle finalità di questo stravolgimento. E d’altra parte Orwell era stato in questo senso più che profetico.

Ora, il termine “fake news” si presta perfettamente come esempio direi illuminante per mostrare in sintesi come alla discussione razionale si sostituisca il mito. In questo caso il mito delle fake news.

Vale la pena ricordare solo di passaggio che il mito (dal greco μύθος – mythos, favola sacra, indiscutibile) appartiene a chi lo determina per primo, avendo la forza di imporlo, ed è uno strumento d’infallibile condizionamento mentale e quindi di manipolazione sociale.

Che c’entra dunque il mito con le cosiddette “fake news”? A me sembra evidente: ormai con “fake news” ci si riferisce a tutto ciò che non concorda con le nostre idee preconcette: credenze mitiche che non si vorrebbero mai mettere in discussione. È quindi diventata un’espressione di stomaco, adottata per difendere a priori un pregiudizio ideologico (non importa di che segno) che pretende di sostituirsi alla verità o di possederla per intero. Così ”fake news” è allo stesso tempo una notizia ritenuta falsa (spesso senza però mostrare prove schiaccianti della sua presunta falsità), ma anche semplicemente dissonante rispetto alla narrazione socialmente condivisa (che il politicamente corretto impone), oppure è ritenuta tale per una foto illustrativa di un concetto, una didascalia, un titolo provocatorio, un dato controverso o controvertibile e così via.

Tutto falso, dunque, seguendo una variante micidiale della tecnica sofistica “dell’avvelenamento del pozzo“: si afferma che “la notizia è falsa“, anche se si tratta non di una notizia ma di più modestamente di una cifra interpretata in un certo modo, di un argomento più o meno complesso, etc., per gettare discredito sull’intero discorso e quindi su chi lo sostiene.

Tutto falso, insomma.

Anche in assenza di contro-argomenti solidi e comprovati.

Ma per affermare la falsità di un argomento è necessario conoscerne in qualche modo la verità.

E che cos’è la verità di un fatto?

Chi può affermare di conoscerla esattamente e senza dubbi?

Vale la pena richiamare a questo proposito una famosa espressione di Friedrich Nietzsche: “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” (va precisato che la frase è contenuta nei frammenti postumi, ma la tesi è sviluppata e lungamente ripresa a partire da Su verità e menzogna in senso extramorale e in Umano, troppo umano).

Naturalmente Nietzsche non intendeva affermare che non esiste alcuna verità e che dunque ciascuno può dire quello che vuole senza paura di essere smentito. Anche Gianni Vattimo, uno dei maestri del Relativismo contemporaneo, ideatore del Pensiero debole, ha rilevato che la tesi di Nietzsche non va intesa in senso assoluto: riguarda solo un certo insieme di eventi. Per esempio per Nietzsche il divenire del mondo è assolutamente vero e nient’affatto un’interpretazione, e così via.

Il punto è che quando si descrivono fatti si deve aver coscienza della loro storicità e della loro iscrizione nel circuito della narrazione umana. La quale è appunto narrazione, non necessariamente verità.

A differenza di una dimostrazione matematica, qualsiasi descrizione di un fatto può essere in linea di principio corretta, ridefinita, falsificata, e così via.

Questo significa che esistono diversi sensi per indicare “ciò che è vero” e che l’appellarsi costante al mito delle “fake news” non è altro che una pericolosa scorciatoia per affermare una verità che non si possiede mai del tutto ed evitare così qualsiasi dialogo e qualsiasi ricerca, passando per la via della demonizzazione dell’avversario anziché della rigorosa contro argomentazione razionale.

Ma la verità storica si ricostruisce faticosamente ed in modo molto incerto sul terreno del dialogo e della discussione.

Altrimenti diventa appunto solo un mito.

 

Alessandro Benigni

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Alessandro Benigni
E’ nato a Mantova nel 1969. Dal 2003 è docente di ruolo di Filosofia e Psicologia nei Licei. Fino al 2014 è stato titolare della cattedra di Filosofia e Psicologia al Liceo Scientifico Agostino Berenini di Fidenza. Dal 2015 è titolare della cattedra di Storia e Filosofia al Liceo Marconi di Parma. Dopo aver svolto due anni di volontariato presso un centro di recupero per ex tossicodipendenti, si è laureato prima in Pedagogia (110 e lode, 1994) e poi in Filosofia (110 e lode, 1996). Ha conseguito diverse abilitazioni all’insegnamento (Scuola Primaria e Secondaria, classe di concorso A037 – Filosofia e Storia, voto: 80/80 e A036 – Filosofia, Psicologia, Pedagogia – voto: 80/80) e specializzazioni post-lauream (tra le altre, in Didattica della Storia, in Informatica, in Psicologia dell’educazione, in Antropologia della comunicazione, in Tecnologie dell’istruzione, in Psicologia Sociale, in Didattica della Filosofia). Iscritto ad un terzo corso di Laurea, in Lettere Moderne, si è avvicinato alla filosofia e all’arte del Rinascimento italiano. Ha pubblicato alcuni brevi saggi su Bruno, Campanella, Nietzsche, Kant, Platone, orientati alla didattica della Filosofia nei Licei. Cura il sito www.Ontologismi.it e collabora con Notizie pro vita, Cristiano Cattolico, Nelle Note (di cui è stato l’ideatore, nel 2014), Libertà e Persona, Critica Scientifica, Aleteia Italia, The Debater. Alcune sue riflessioni sono comparse su Tocqueville.it, Lo sai.eu, ed altri siti e riviste on-line. E’ stato manovale, operaio, obiettore di coscienza. Ama dormire, boxare e Wislawa Szymborska.