Subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre, nel 1920, per favorire la libertà della donna contro l’asservimento maschile, l’Unione Sovietica legalizzò l’aborto.
Sedici anni dopo, nel 1936, in pieno Stalinismo, il Plenum del Partito decise di abrogare la legge inquantoché, estesasi ovunque la sindrome abortiva, il paese si stava spopolando.

Che è esattamente ciò che accade oggi in Italia, dove tutte o quasi le forze politiche denunciano il problema della denatalità omettendo di indicarne la causa: i quarantamila aborti di stato praticati ogni anno nel nostro paese.

Per ideologismo coatto incapace di fare i conti con la realtà, privo per ciò stesso dell’onestà intellettuale e dello spirito critico e autocritico in grado di metter mano, anche solo per via ipotetica, a un dispositivo da tutti considerato come intoccabile.

 

E cos’è questo se non feticismo di Stato?

 

Tanto da far apparire l’Unione Sovietica degli anni ’30 molto più aperta e laicamente spregiudicata del nostro democraticissimo paese, nel quale, se qualcuno osasse solo ipotizzare la cancellazione dell’aborto, vi immaginate che canea si scatenerebbe tra le forze cattonichiliste al governo e non solo loro?

Eppure il problema sta proprio qui, nella sclerosi intellettuale d’una classe politica che, pur con identità debolissime, sembra avere un’unica ideologia, quella del potere.

Con l’aggravante che, non possedendo una cultura di governo, una visione del mondo a partire dalla quale formulare programmi di senso comune, non riesce neanche a sottoporla a critica, quella vision, in un confronto con la realtà che la liberi dal suo dogmatismo.
Della serie: la realtà contraddice la teoria? Al diavolo la realtà!

Perché io posso evolvermi e superare la mia ideologia (anche animalista, anche ambientalista, anche femminista, non solo comunista, democristiana o socialista come un tempo) se un’ideologia, quindi un’appartenenza, ce l’ho, ma se non sono niente perché non ho niente, come faccio a evolvermi, come faccio a far politica e politica riformista?
Al massimo faccio il rottamatore.

Limitandomi, Salvinianamente e Grillinamente, a blitzkrieg contro i miei nemici, incapace come sono di realizzare un concetto di politica inteso come “processo argomentativo sensibile alla verità” (Habermas) attraverso il confronto con le circostanze.
Perché, come diceva il più grande Marxista del ‘900, Louis Althusser (altro che Gramsci!), la filosofia, cioè la verità, è “il margine critico dell’ideologia”.

Ma se un’ideologia non ce l’ho, oppure neanche mi rendo conto di averla, come faccio a sottoporla a critica per realizzare un’identità non confessionale né manierista, bensì dinamica, laica e soprattutto “moderna” in quanto strumento di conoscenza del vero?

Insomma: nonostante quel che pensano tutti, ciò che ci ha rovinato è stata la morte delle ideologie, anche se nessuno se n’è reso conto e anzi ne ha gioito.
Perché è la morte delle ideologie, non la loro sopravvivenza, a metterci a rischio delle stesse guerre di religione che distrussero l’Europa tra ‘600 e ‘700?
Figuratevi se la nostra classe politica, per l’ignoranza che la contraddistingue, così come la classe intellettuale che ci egemonizza, riescono ad articolare un ragionamento del genere.