Siamo in un periodo floridissimo per le serie TV.

Che questo sia un bene o un male, non saprei dirlo con certezza; di sicuro, per la legge dei grandi numeri, in mezzo a un tale marasma qualcosa di buono deve pur venire fuori. E infatti ringrazio, nonostante tutto, che vi siano così tante produzioni (per quante siano quelle pessime che mi devo sorbire in cerca di qualcosa di valido).

Ringrazio in particolare per due popolarissime e al tempo stesso scorettissime serie animate, Rick & Morty e Bojack Horseman.

Rick è un vecchio scienziato, l’inventore più geniale dell’universo (e non è un’iperbole), dedito all’alcol e alle avventure più strampalate e pericolose; ad accompagnarlo il giovane nipote, Morty, un ragazzino timoroso e alquanto sciocco, che Rick usa di puntata in puntata come cavia per i suoi esperimenti o per sfuggire da situazioni a dir poco incresciose. Tra dimensioni parallele, balzi temporali e civiltà aliene, nonno e nipote esplorano ogni piano dell’esistenza, rischiando la vita innumerevoli volte e venendo a contatto con le creature più disparate.

Il cinismo pieno di speranza di Rick e Bojack

Bojack è invece un cavallo di mezz’età, ex celebrità della soap opera di successo Horsing Around, ormai l’ombra d’un passato ridente che lui ama ricordare mentre anestetizza il suo male di vivere con alcol, donne e l’ammirazione di quei fan abbastanza vecchi da ricordare quello show.

Il cinismo pieno di speranza di Rick e Bojack

Ciò che accomuna le due serie, oltre a una certa scorrettezza (comunque acqua di rose rispetto al celeberrimo South Park), è l’incredibile cinismo dei protagonisti.

Rick ha vissuto infinite avventure, visto le più incredibili razze aliene e inventato tutto quel che la sua mente geniale poteva inventare; ma nella sua genialità si ritrova irrimediabilmente solo, privo della benché minima gioia in un mondo così caotico e vasto. Bojack ha subito gli effetti collaterali di uno showbiz in grado di portarti alle stelle oggi per poi gettarti alle stalle domani, un mondo fatto di apparenza e vacuità, di celebrità tanto vive fuori quanto morte dentro; così si è ridotto a passare le sue giornate a riguardare la serie di cui era protagonista in un loop senza fine che lo relega ad un tempo ormai finito.

Il cinismo pieno di speranza di Rick e Bojack

Tra gag esilaranti e situazioni surreali, sembrerebbe trattarsi del solito banale cinismo da serie animata; quel cinismo di cui ridiamo, a tratti pure amaramente, che però non ci lascia niente di niente, se non battute e riferimenti da ricordare con gli amici. Ma più si va avanti nel seguirle, più ci rendiamo conto che sotto la superficie c’è ben altro. Queste due opere, apparentemente banali, a forza di scavare ci consegnano una profondità per nulla scontata.

I personaggi di Rick e Bojack (ma anche di quasi tutti i personaggi che ruotano attorno a loro) compiono una trasformazione incredibile. Una trasformazione che non è mero cambiamento, bensì una vera e propria maturazione. Perché cambiare non si può: vuoi per genetica, vuoi per educazione, si è quel che si è. Quel che possiamo fare, e che fanno i protagonisti di queste serie, è smussare gli angoli, andare incontro alle persone che amiamo coi mezzi che abbiamo.

Il cinismo pieno di speranza di Rick e Bojack

Queste ultime sono infatti il motore di questo cambiamento: per Bojack sono in particolare l’amico Todd, la sua ghost-writer Diane e la sua agente alias ex-fidanzata Princess Carolyn; per Rick sono il nipote Morty e sua figlia Beth. Personaggi che sembrano solo l’accidentale contorno di un’esistenza priva di speranza, infine si rivelano essere la sua salvezza, un faro in mezzo al buio. Rick s’accorge di voler bene a quel piccolo e stupido bambino, nonostante ve ne siano altri miliardi di miliardi nelle infinite realtà parallele; Bojack s’accorge che il suo cinismo danneggia le uniche persone che paiono volergli bene al di là della sua fama, passata o presente.

Così il vecchio scienziato e il disilluso cavallo compiono un cambio di prospettiva che non ci si aspetterebbe da un cartone animato, soprattutto tenendo conto del tenore della sceneggiatura. Così alla banale risata segue una presa di coscienza quasi pirandelliana, a cui s’aggiunge però un nuovo elemento: la salvezza. Non una salvezza alla Dickens, dove il vecchio e crudele Scrooge diventa d’un tratto San Francesco, lasciando tutti giustamente di stucco; ma una salvezza che sta nel rendersi conto degli altri, del bene degli altri, del bene che gli altri ci portano e che noi possiamo portare loro.

Il cinismo pieno di speranza di Rick e Bojack

Due serie così sguaiate e ciniche, si rivelano invece essere piene di speranza. Speranza non scontata e forse proprio per questo così poco visibile, messa davanti a un occhio disattento. Un occhio magari volto a cercare solamente l’ennesima battuta per farsi due ghignate in mezzo a questo male di vivere, un occhio che finisce per sprecare un’occasione d’oro per accontentarsi d’aver qualcosa da citare su Instagram o il sabato sera al bar.