– Dorme ancora?

 

– Non più. Ha aperto gli occhi.

 

– Ha fame?

 

– Forse.

 

– Me lo dai in braccio?

 

– Eccolo.

 

– È’ così piccolo. E leggero. È mio figlio?

 

– Sì?

 

– È tuo figlio?

 

– No. È suo.

 

– Tu lo vuoi?

 

– Sì.

 

– E mi vuoi?

 

– Sì.

 

– Come prima?

 

– Come prima.

 

– E poi?

 

– E poi, sarà secondo la promessa.

 

– Per noi o per lui?

 

– Per tutti o per nessuno.

 

– Guarda come mi stringe il dito, mentre lo allatto. Mi somiglierà?

 

– Ti somiglia.

 

– E a chi altri somiglierà?

 

– Non importa.

 

– Si è di nuovo addormentato. Qui, tra le mie braccia. Lo vuoi prendere tu?

 

– Sì.

 

– Lo ami?

 

– Sì. Lo amo come se fosse mio.

 

– Mi ami?

 

– Sì. Ti amo come se fossi mia.

 

– Ho freddo e sono stanca. Quando ce ne andremo?

 

– Presto.

 

– Quando torneremo a casa?

 

– Presto. Se non accade nulla. Se non ci sono pericoli.

 

– Se c’è lui non c’è da aver paura. Tu hai paura?

 

– Se ci sei tu, non ho paura.

 

– Io non ho paura. Abbracciarlo è come essere abbracciati.

 

– Abbracciarti è come essere abbracciato.

 

– Dorme?

 

– Sì.

 

– Che ne sarà di lui?

– Quel che sarà di noi.

– Si è svegliato?

– No. Dorme ancora. Dormi anche tu.

– Solo un attimo. Non voglio dormire a lungo. Lo culli?

 

– Sì.

 

– Ci ami?

 

– Come Dio ama il suo popolo.

 

– Dorme?

 

– Dorme.