Dunque, come tutti sappiamo la settimana scorsa è uscito nei cinema Solo: A Star Wars Story. Dunque, come tutti sappiamo è stato finora deludente al botteghino, peggio di tutto il resto della saga, nonostante persino tra i suoi detrattori nessuno si spinga troppo in là, come si farebbe se si dicesse che si trattasse di un pessimo film, o simili. No, tutti sono d’accordo che è ben fatto e scorre via piacevolmente, ma nonostante ciò non convince.

Mi sono chiesto perché non convinca. Se chiedi ai suddetti, ti dicono che non è abbastanza incisivo, che manca di andare a segno, sciocchezze del genere. È chiaro che la vera motivazione è un’altra, una motivazione culturale. È la figura di Han Solo che non parla più ai fan, che si limitano a mettere L’Impero colpisce ancora su un piedistallo inarrivabile di miglior episodio della saga (giudizio su cui non concordo, peraltro), senza farlo proprio nel benché minimo grado.

Volete parlare de L’Impero colpisce ancora? Sicuri? Beh, allacciate le cinture, si parte. L’Impero colpisce ancora prende le mosse da quel momento eucatastrofico di Guerre Stellari (allora si chiamava così, prima di diventare Una nuova speranza) in cui il Millennium Falcon ricompare improvvisamente, dopo che Han aveva abbandonato la Ribellione soddisfatto della sua ricompensa, per abbattere un TIE imperiale e colpire quello di Vader, lasciando così Luke libero di portare a segno il colpo che distruggerà la Morte Nera.

In altre parole, se L’Impero colpisce ancora per più di metà film sembra il film di Han Solo, è perché Lucas ha voluto soffermarsi sul personaggio più in chiaroscuro della saga, il contrabbandiere pentito del suo cinismo, il farabutto per bene, la canaglia dal cuore d’oro, che è un personaggio che il mondo contemporaneo ha dimenticato, nonostante sia un archetipo fondamentale di miti, storie e leggende di tutti i tempi.

Pensate a Robin Hood, il buon fuorilegge, che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Pensate a come si soffermava su questo aspetto il classico Disney, la versione Errol Flynn, persino il quasi comico Robin e Marian. Cos’è successo? È colpa di Mel Brooks se dai ’90 in poi sembra che non si creda più in questo tipo di personaggi? A voi ne viene in mente qualcuno di veramente significativo, a parte il Sawyer di Lost? Io personalmente fatico davvero a rammentarne esempi recenti, e significativamente il Robin Hood del 2011, nonostante io lo riguardi ancora (principalmente per Lea Seydoux, vabbé), evita apposta proprio l’aspetto dell’essere fuorilegge, soffermandosi piuttosto sulla Magna Charta e su come fantasiosamente sarebbe stata proposta da Robin.

Quest’estate uscirà al cinema un altro Robin Hood, e credete che stavolta si ovvierà a questa mancanza? Ma no, perché si dovrebbe ovviarne, meglio un film d’azione con miliardi spesi nell’equivalente delle montagne elefanti di King Arthur: Legend of the Sword.

Il punto è che, come società, abbiamo deciso di stringere la cinghia non solo economicamente, ma soprattutto, e molto più significativamente, moralmente: tolleriamo e graziamo molto di meno, accogliamo molto meno le obiezioni, ascoltiamo molto meno le preghiere, siamo in generale molto meno aperti a fare nostre posizioni ambigue e veramente grigie (il termine grigio si usa come sinonimo di carogna ormai, tipo i personaggi di Martin sono grigi oggigiorno), mentre le condanne categoriche preformattate senza appello volano (carcerato? = è una cattiva persona; preside di facoltà? = brava persona), lanciamo maledizioni aramaiche che risvegliano le mummie dei faraoni per una qualsiasi quisquilia e, per tagliare corto, siamo tutti degli irreprensibili giudici morali della ragione e del torto che non tollerano che le proprie sentenze siano messe in questione. Sì, certo, magari nel dialogo qualcuno più bravo riesce a chiudere un occhio nel senso di tollerare dall’alto della sua magnanimità che l’altro si esprima come vuole, ma non sia mai di prendere in considerazione quello che dice, quando è diverso dal mio, non sia mai di mettersi in discussione e cambiare idea? No, scusatemi, l’ho detta proprio grossa, una persona che cambi idea perché convinta da un altro, sono proprio un sognatore senza speranze.

Ed ecco in sintesi perché non si va a vedere Han Solo.

Fonte: Fuoco Fatuo

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Giovanni Carmine Costabile
Giovanni Carmine Costabile (Dott. Mag., n. 1987) detiene la laurea magistrale in Scienze filosofiche dall'Università della Calabria. Ricercatore indipendente, traduttore freelance, scrittore, e insegnante privato, ha pubblicato sui temi di Tolkien e la lettueratura medievale sulle riviste Tolkien Studies (XIV, 2017), Inklings Jahrbuch (34, 2017), e Mythlore (36/1, 2018), nonché nella Peter Roe della Tolkien Society (Death and Immortality, 2017). Ha presentato conferenze al Tolkien Seminar 2016 di Leeds, al Raduno Tolkieniano 2017 di San Marino, a Oxonmoot 2017 e alla tavola rotonda del gruppo NUME lo scorso ottobre a Firenze. Come traduttore ha pubblicato una versione italiana autorizzata di un saggio di Verlyn Flieger sulla webpage Tolkieniano del ricercatore e amico Oronzo Cilli (Aprile 2017). La sua prima monografia, Oltre le Mura del Mondo: Immanenza e Trascendenza nelle opere di J.R.R. Tolkien, con prefazione di Guglielmo Spirito, introductione di Oronzo Cilli, e postfazione di Alberto Quagliaroli, è imminente. Si diletta a scrivere racconti e poesie, e ha pubblicato una selezione di tali poesie nel libro Lingue di te (Aletti, 2017), venendo nominato "Poeta Federiciano" come finalista al concorso di poesia Il Federiciano 2017 a Rocca Imperiale (CS).