Grazie Alfie, Kate e Thomas Evas. Ci avete insegnato che in ciascuno di noi c’è qualcosa di grande per cui combattere

“C’è in te più di quanto tu stesso non sappia, figlio dell’occidente cortese…”. Queste le parole con cui Thorin Scudodiquercia si congeda nel finale de Lo Hobbit  da Bilbo Baggins. C’è in ognuno di noi la capacità di trovare dentro di sé – sembra dirci Tolkien – capacità inaspettate: coraggio, determinazione, eroismo. Anche se è un piccolo hobbit, non un guerriero abile nell’uso della spada e dello scudo.

 

È quanto ha mostrato al mondo la famiglia Evans. Il piccolo Alfie, determinato a non morire nemmeno se lo ammazzavano; mamma Kate con la sua tenerezza e il suo amore silenzioso; e, infine, papà Thomas, il giovane genitore che come gli hobbit di Tolkien si è trovato coinvolto in una storia molto più grande di lui, nella quale ha dimostrato uno straordinario senso di responsabilità, eccezionale per la sua giovane età. Un giovane padre che mai, probabilmente, avrebbe pensato, ino a poco tempo fa di trovarsi genitore a vent’anni, genitore di un bambino gravemente disabile, genitore di un bambino condannato a morte dal Potere. Thomas, di fronte a tutto questo ha dato prova di responsabilità: si è fatto carico di difendere e proteggere a tutti i costi la vita del suo bambino, battendosi con una determinazione che certamente il Potere non aveva previsto, così come nell’epica grandiosa del cattolico inglese J.R.R. Tolkien l’Oscuro Signore nn immagina certo che possano essere due piccoli hobbit ad abbattere il suo dominio di paura e di menzogne, così come non lo immaginava l’apostata e traditore Saruman.

“Conserva nel tuo cuore la tua hobbitudine…”, così scriveva J.R.R. Tolkien nel 1944 al figlio Christopher mentre questi si avviava alla guerra. Uno strano saluto da parte di un padre: non le consuete raccomandazioni di un genitore a un figlio sotto le armi, ma l’invito appassionato a conservare in sé, a dispetto di tutti gli orrori che avrebbe presto incontrato, la propria hobbitudine ovvero, coraggio, determinazione, umiltà, attaccamento al bene, rifiuto del male, compassione, tutto ciò, insomma, che costituisce l’identità di un vero hobbit.

Come dicevamo questa hobbitudine la si è riscontrata nella famiglia Evans, una famiglia del popolo, della umile working class inglese, quella che Tolkien ammirava e che raffigurò, soprattutto nella figura di Sam Gamgee. come Sam con Frodo, così Thomas Evans non ha mai abbandonato il suo piccolo, non ha creduto alle menzogne di chi voleva fargli credere che quella non era più una creatura degna di vivere.

Thomas non ha ceduto agli inganni dell’Anello. Ha trovato in sé e in quella Fede che gli è stata trasmessa da bambino, una fede semplice e autentica del popolo rimasto coraggiosamente cattolico nelle isole britanniche e che era a lungo sopravvissuto nella clandestinità perseguitato dal potere e abbandonato da tutti, dai vescovi che avevano apostatizzato in massa con l’eccezione di John Fischer, abbandonato da Roma, ma mai abbandonato da Dio. Intorno a Thomas e Kate Evans si è radunata una piccola grande Contea. il suo coraggio è stato imitato e seguito da altri hobbit, in Inghilterra così come oltre la Manica.

Gente semplice, che ha colto più acutamente di molti intellettuali e perfino di molti pastori l’importanza della questione in gioco. Che ha capito che difendere la vita di questo bambino significava e significa difendere la sacralità della vita dagli attacchi di un potere per il quale la vita conta solo se è valida, efficiente, produttiva. “Chi sei tu per decidere chi ha diritto di vivere o di morire” dice Gandalf a Frodo Baggins quando questi gli chiede perché Bilbo, quando ne aveva avuta l’occasione, non si era sbarazzato di quella “spregevole creatura” che era Gollum.

Il monito e la domanda di Gandalf risuonano con forza ancora oggi: chi ha diritto di togliere una vita? Nessuno, nemmeno uno stato con tutte le sue leggi e i suoi protocolli e i suoi giudici paludati.

La hobbitudine di Alfie e dei suoi genitori deve esserci di testimonianza e d’insegnamento. Alfie è l’eroico caduto di una guerra che è solo agli inizi. A breve, nella vicina Irlanda, un tempo anch’essa terra di martiri e di confessori delle fede, si terrà un referendum sulla legalizzazione dell’aborto, fortemente voluto da quella stessa ideologia di morte che non si rassegna al fatto che l’Irlanda sia ancora un paese dove non si pratica l’aborto, uno degli ultimi avamposti della difesa della vita.

Che Alfie possa ispirare il popolo irlandese a non abdicare a quella umanità che per secoli l’ha caratterizzato e fermare l’avanzata della cultura della morte.

Paolo Gulisano

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