Gli Impubblicabili 23.08.18

Il Meeting del Giorgettipensiero

Durante una delle tavole rotonde più interessanti del Meeting di quest’anno, quella sulla sussidiarietà, il sottosegretario Leghista alla presidenza del consiglio Giorgetti s’è permesso di definire sbagliato il titolo del Meeting che dice “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”.
Asserendo che il termine “felicità” è ambiguo e deviante rispetto al termine “libertà”, molto più congeniale a un’azione storico-politica che non si acquieti nell’ottenimento d’una soddisfazione statica e autoreferenziale.
Laddove invece la parola libertà evoca un’operatività di tipo socio-politico di ben altro spessore e respiro.
Ora, a parte che una passaggio fondamentale della Costituzione Americana dice che lo Stato deve favorire la “ricerca della felicità”, a parte che l’osservazione non peregrina del sottosegretario ha indotto lo stesso Vittadini a fare autocritica, resta che il giudizio di Giorgetti pecca per lo meno di superficialità.
Il termine libertà infatti viene dal latino “libet” che significa, guarda un po’, “piacere”.
Il che comporta che libertà significhi appunto “il piacere della libertà”, cioè un’area semantica strettamente connessa, se non coincidente, con quella di “felicità”.
Dato che il significato del termine “piacere”, dal punto di vista sia Illuministico che Leopardiano, si riconnette, al di là di riduzioni sensiste e/o tardo-sessantottine, al termine “felicità”.
Scusandomi per l’inevitabile filologia delle citazioni, resta vero che la modernità tende a ridurre la dinamica dei desideri a un’area di tipo istintivo e sensoriale, oggi addirittura gender, per cui è giusto e lecito ciò che individualisticamente e irriflessivamente “piace”.
Rendendomi per ciò stesso “felice”.
Sarebbe quindi ora (non per superare la modernità, che è un valore, ma quel “modernismo” che ne è la deformazione ideologica) mettere in scena un termine reso desueto da utilitarismo e vitalismo contemporanei: il termine “VERITA’”.
Visto oltretutto che le tavole rotonde del Meeting, affrontando quotidianamente temi complessi e delicatissimi senz’ombra di clericalismo, dimostrano come la dialettica della verità sia già ben presente e viva all’interno della manifestazione.
Perché non dedicarle dunque prima o poi un intero titolo?
Bruno Sacchini

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