È passato un po’ di tempo dall’entrata in vigore del GDPR e il mondo digitale continua a generare grandi fatturati. L’ottenimento di informazioni sui gusti e le scelte degli internauti continua ad essere una parte fondamentale del sistema, ma, se prima le informazioni le offrivamo involontariamente, è probabile che passeremo ad offrire sempre più “dati” sul nostro Io di nostra spontanea volontà.

Non abbiamo più soltanto una identità in carne e ossa, abbiamo anche una identità digitale, con cui poter accedere a nuove relazioni, nuove esperienze, trovare lavoro, realizzare acquisti vantaggiosi, ottenere piccoli (o enormi) guadagni. Non si tratta di curare solo il profilo facebook. Offrendo i tuoi dati, raccontando chi sei, puoi accedere a risorse che adesso coi “metodi offline” sembrano diventare sempre più difficili da trovare, o almeno con più scomodità.

Osserviamo perché.

Nuove relazioni. Tra social network e forum di varia natura, è possibile conoscere nuove persone e trovare una comunità attorno a un argomento o un’attività che ci piace. Preferibilmente si spera che la comunità si sposti da essere virtuale a reale, ma prima, per trovarla o essere trovato, devi dare una tua presentazione. D’altra parte la vita moderna, soprattutto nelle grandi città, con i suoi ritmi frenetici, rende più difficile scoprire eventuali tratti o interessi comuni con le persone che si incontrano casualmente a feste o eventi, sia per l’iniziale riservatezza (giustamente), sia perché facilmente non la si rivedrà più. Solitamente si fanno chiacchere momentanee. Mentre in un paese ci si conosce tutti perché alla lunga si vedono sempre le stesse facce, in una metropoli questo non accade. Ed ecco che hanno avuto un grande successo i siti d’incontri per la ricerca dell’anima gemella.

Nuove esperienze: similmente alle relazioni, si possono ormai trovare gruppi per gite in montagna, vacanze al mare o viaggi all’estero o per altre attività, col vantaggio di essere già organizzati. Una condizione per il successo dell’esperienza è spesso l’armonia del gruppo, pertanto è necessario scegliere persone con caratteri simili o almeno compatibili, che magari si presentino dal vivo prima di partire, dopo essersi descritti online.

Trovare lavoro: linkedIn si è ormai affermato come social network dei professionisti, ovvero il luogo dove raccontare le tue competenze e il curriculum al fine di creare reti e relazioni con altri professionisti o farti assumere dalle aziende. Quest’ultime però non si limitano a linkedin, ma desiderano conoscere “la tua immagine a 360°: la tua personalità, i tuoi interessi, cultura e valori di riferimento. Elementi che possono essere trovati sugli altri social network, a patto che su questi tu esista e che tu abbia generato dei dati (eh no, una bacheca vuota e le “informazioni personali” vuote non dicono molto). Si parla tanto di valorizzare le risorse umane, ebbene, una azienda vuole essere sicura “dell’acquisto” che sta facendo, perciò desidera sapere il più possibile. Ciò che dici al colloquio di lavoro potrebbe non bastare, o piuttosto, potrebbero chiamare al colloquio qualcuno che ha “offerto” più dati, e chiamare te solo se il primo non supererà il colloquio. Ecco che curare il proprio profilo potrebbe dare un vantaggio insospettabile, almeno per certe categorie di posizioni lavorative.

Acquisti vantaggiosi. Non si tratta (solo) del risparmio derivante dall’acquisto online, bensì della personalizzazione dell’offerta. Un mestiere nuovo è quello del data analyzer”, colui che analizza i dati generati dagli internauti durante la loro permanenza sul web al fine di tracciare il nostro profilo da consumatore e permettere alle aziende di fare pubblicità mirata e offerte che ci soddisfano. Se può sembrare un cadere in una trappola, perché si basano anche sul nostro “acquisto d’impulso” possono effettivamente aiutarci a trovare quello che desideravamo e a un miglior prezzo, così come youtube ci consiglia video in base alle nostre scelte.

Piccoli o (enormi) guadagni. Internet ha fatto la fortuna di molte persone , oggi sentiamo infatti parlare di youtubers, bloggers, influencers, gamers… alcuni di questi hanno avuto successo fornendo “utility” ovvero risposte ai problemi delle persone, altri con la comicità, ma altri ancora semplicemente raccontando le proprie opinioni o i fatti propri della loro vita, anche i più comuni, del genere “la mia prima volta in banca”, “cosa ne penso del professore di italiano” (da cui si potrebbe trarre il seguente spunto di riflessione: la vita quotidiana di ciascuno può essere raccontata in modo appassionante, oppure c’è una morbosità innata verso i fatti degli altri?), ma tralasciando questi casi in cui “uno su mille ce la fa”, per gli altri novecentonovantanove comuni mortali, vi è la possibilità di ottenere qualche piccola cifra, tramite gruppi o piattaforme per la compravendita di oggetti, la possibilità di trovare lavoretti o guadagnare fornendo le tue recensioni e guide o partecipando a sondaggi. In alcuni è importante mantenere una buona reputazione, in altri per accedere occorre fornire i propri dati e preferenze.

Tutti questi dati che vengono generati possono essere usati dunque a buon fine ma anche per danneggiarci. Oltre alla violazione della privacy, vi è un rischio più grande: la manipolazione delle nostre scelte, come ha dimostrato lo scandalo di Cambridge analytica. A proposito dello scandalo, sembrava la fine di facebook, invece non lo è stato, perché facebook è ormai una parte fondamentale del sistema (piccola osservazione: “accedere con facebook” invece che creare un account è una comodità per noi ed è “informazioni gratis” per il sito). Altro caso di manipolazione deriva dalle accuse a Google di abusare della sua posizione dominante o di favorire nei motori di ricerca i risultati di alcune aziende. Un conto è favorire la comparsa di ciò che è in linea con le mie preferenze, un conto è vedere ciò che il motore di ricerca vuole farmi vedere.

Allo stesso modo le notizie nei social network, ovvero il problema delle fake news confezionate su misura su di me. (piccola digressione: in italiano per esprimere questo concetto c’era già il dire “è una bufala”, che bisogno c’è di questo prestito linguistico?). Sui social network poi vi è il rischio di essere diffamato e di scoprirlo quando ormai la falsa voce si è diffusa, perché uno dice certe cose senza che lui o chi legge interpelli l’interessato (ad esempio può capitare tra le comunità cosplay, dove l’innesco può essere la foto della persona che interpreta il tuo stesso personaggio poichè ha ricevuto più like e reazioni della tua). Quest’ultimo magari nemmeno è presente sul social network o il gruppo dove è stato scritto il post e si trova sottoposto a una gogna mediatica (anzi a una web-gogna) solo perché ha espresso una certa opinione su un certo argomento.

La nostra immagine online è diventata importante, ma davvero definisce il nostro essere?Se tutti lo fanno, sei costretto a farlo anche tu”, se tutti creano il loro profilo online dettagliato del loro essere e si interagisce sempre di più online, anche tu ti dovrai aggiungere per non rimanere tagliato fuori da una certa comunità. Si potrebbe osservare ad esempio: “tutti usano whatsapp, perciò hai dovuto mettere anche tu”. Pochissime sono le persone senza facebook.

In tutto questo coloro che gestiscono la struttura hanno grande una responsabilità, ed è lecito chiedersi, per evitare che i dati siano usati per scopi scorretti, “chi sorveglia i sorveglianti? Ma se Giovenale se lo chiedeva in una satira, qui invece si tratta di una faccenda seria.