Al fine di effettuare un’analisi efficace delle condizioni sociali ed economiche del mondo antico occorre partire da una premessa principiale e necessaria. Il mondo antico è una realtà umana, un microcosmo, per così dire, che orbita intorno al Mar Mediterraneo, un luogo questo che, per secoli, ha rappresentato una forza centripeta, in grado di favorire scambi a tutto sesto tra i popoli che ne abitavano le sponde.
L’unità del Mediterraneo è andata incontro a una definitiva rottura in quel periodo di rivolgimenti sociali che segnano la fine del mondo antico e inaugurano l’inizio di un’epoca nuova, quella che tra il Quattrocento e il Seicento fu denominata dagli Umanisti epoca del Medioevo.

Stabilire con certezza una cronologia del passaggio dalla tarda antichità al Medioevo è impresa che ha acceso il dibattito tra gli studiosi dell’una e dell’altra epoca storica: non sono mancate posizioni del tutto estreme, come quella di Jacques Le Goff o di Massimo Montanari, i quali, avendo preso atto dell’impossibilità di creare una periodizzazione dal valore onnicomprensivo, hanno finito per sostenere una scelta “negazionista”, secondo la quale si pone la necessità di rifiutare del tutto la nozione stessa del Medioevo. La più consolidata manualistica italiana individua l’inizio del Medioevo nel 476, anno in cui si registra la cosiddetta caduta dell’impero romano d’Occidente avvenuta per mano di Odoacre che depose l’imperatore Romolo Augustolo e inviò le insegne imperiali a Costantinopoli. La scelta di tale data è carica di significato, in quanto veicola una precisa lettura interpretativa del cambiamento: si ritiene, cioè, che i cambiamenti ai vertici istituzionali siano il fenomeno più importante, ciò che caratterizza in modo eminente una civiltà e le sue trasformazioni. Diverse altre date sono state proposte come momento principiale del Medioevo. Il 313 è l’anno in cui l’imperatore Costantino, con l’editto di Milano, concesse la libertà di culto ai cristiani; nel 622 ebbe compimento l’egira, che determinò la rapidissima diffusione dell’Islam, evento che segnò la definitiva rottura del Mediterraneo in spazi di civiltà separati. Nella scelta di tali date è insita la consapevolezza di adottare un sistema interpretativo che individua, come fattore principale dello stravolgimento, movimenti di natura religiosa. Ricorrere, invece, al 324, anno in cui l’imperatore Costantino rifondò sul Bosforo la città di Bisanzio e ne mutò il nome in Costantinopoli, implica l’adozione di uno schema epistemologico che predilige piuttosto fattori politici. Infine, stabilire di far iniziare il Medioevo con il 410 equivale a dare una particolare importanza al crollo delle frontiere militari e della sicurezza romana, in quanto, per la prima volta dopo secoli, Roma fu stuprata dal saccheggio dei visigoti di Alarico.

Non esiste una data assolutamente corretta o una data assolutamente erronea: esiste, invece, un modo intelligente di lettura delle date e degli avvenimenti in vista di una loro adozione che renda evidente uno schema interpretativo. È fondamentale avere sempre bene in mente che non è mai il singolo fatto storico a determinare lo stravolgimento delle strutture, ma, viceversa, sono le strutture che determinano l’avvenimento, che diventa emblema dello stravolgimento.
A ben vedere gli elementi finora chiamati in gioco risulta acquisizione definitiva l’idea di avere a che fare con un passaggio estremamente complesso, uno stravolgimento che avviene in un notevole arco temporale che racchiude molti secoli. Il Mediterraneo si trasforma da bacino di scambi a frontiera invalicabile nel corso di un lasso di tempo storico che è profondamente segnato da due importanti fratture.

La prima grande frattura corre da nord a sud, attraversa dall’interno la penisola balcanica e divide in maniera definitiva il mondo del Mediterraneo tra Occidente e Oriente. Dopo aver premuto per lungo tempo sul confine che seguiva Reno e Danubio (limes), tra la fine del secolo IV e l’inizio del V, le popolazioni barbariche invasero la parte occidentale dell’impero romano, dando vita a una nuova entità politica, i regni romano-barbarici. La parte orientale dell’impero si mantenne in vita e, nella prima metà del secolo IV, sembrò avere le energie necessarie per recuperare il controllo dei territori persi in Occidente. Ben presto, però, i territori legati alla sfera di influenza di Costantinopoli, all’alba del VI secolo, furono frequentati da una presenza sempre più ingombrante di gruppi slavi, che cominciarono a entrare in contatto con l’Europa.
L’Impero Romano, lo stesso che, a cavallo tra II secolo a. C. e II secolo d.C., era perfettamente bilingue, subisce una significativa trasformazione linguistica che oppone un Occidente parlante latino e un Oriente caratterizzato dall’uso della lingua greca. Il perfetto bilinguismo prima di tali avvenimenti è dimostrato dalla trasmissione dei testi sacri del Nuovo Testamento, che partendo dalla Palestina, dove furono prodotti in greco, circolarono nell’Occidente Romano per secoli nella lingua originaria. Solo tra il IV e il V secolo San Gerolamo appronta una traduzione latina dei testi sacri al cristianesimo, passata alla storia con il nome di “Vulgata”, dal momento che ebbe chiaro il fatto che l’Occidente latino aveva perduto la conoscenza del greco. Erano gli stessi anni in cui papa Damaso, auspicando un progetto di organizzazione sistematica della cultura, promosse il passaggio nella liturgia della Messa dalla lingua greca a quella latina. L’ultimo tentativo, invece, di legare ancora Costantinopoli a Roma e, di conseguenza, alla gloriosa tradizione giurisprudenziale di lingua latina, è voluto dall’imperatore d’Oriente Giustiniano che nel 529 incaricò Triboniano, un suo stretto collaboratore, di formare una commissione di esperti di diritto, che potesse dar vita a una raccolta sistematica di testi legislativi e giuridici; l’opera sarà chiamata dai giuristi del secolo XVI Corpus iuris civilis. La lingua greca in Occidente sarà dimenticata fino all’avvento dell’Umanesimo, quando i dotti di Costantinopoli fuggono in occidente minacciati dall’avanzata ottomana.

La frattura di carattere intimamente linguistico avrà, poi, una ripercussione anche a livello più propriamente religioso: costituirà una netta linea di demarcazione tra due mondi ormai irrimediabilmente separati. Erano già maturati, nel lungo corso di cinque secoli, contrasti teologici, liturgici e dottrinali, ma la pretese di imporre sulle chiese orientali il principio del primato della chiesa romana portò a una rottura definitiva: nel 1054 papa Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silvacandida per tentare un accordo in tal senso, ma vista la decisa opposizione del patriarca Michele Cerulario, il cardinale depose sull’altare della basilica di Santa Sofia una bolla di scomunica contro il patriarca e i suoi sostenitori. Michele Cerulario scomunicò a sua volta Umberto di Silvacandida e gli altri legati papali. La Chiesa, santa, cattolica e apostolica, – così recita il simbolo elaborato nel concilio di Nicea del 325 – da quell’episodio in avanti non fu più una, ma restò spezzata in due. La Chiesa di Roma e, dunque, il cristianesimo occidentale utilizzerà la lingua latina mentre la Chiesa di Costantinopoli insieme con le sue zone di influenza utilizzeranno il greco.

L’altra importante frattura, che separa del tutto le due sponde del Mediterraneo, corre, invece, orizzontalmente da est a ovest e nasce all’inizio del secolo VII nel contesto della penisola arabica. Con l’egira di Maometto e di suoi seguaci dalla Mecca nel 622 e il loro successivo insediamento a Medina, si determina la creazione di una nuova comunità religiosa e politica, la umma. In tale contesto maturò la predicazione di Maometto, che si pose in diretta continuità con le precedenti grandi religioni monoteiste: la rinnovata rivelazione era destinata agli arabi, trasmessa al profeta Maometto dall’Arcangelo Gabriele. Progressivamente fu trascritta in un nuovo libro sacro, il Corano, tra il 610 e il 632.
Il successo dell’islam (letteralmente “dedizione incondizionata”) fu favorito dalla sua chiarezza dogmatica, dall’assenza di sacerdoti quali mediatori fra la divinità e i fedeli, e da un culto che prevedeva pratiche quotidiane che costituivano segni di appartenenza molto concreti e facili da seguire. La predicazione di Maometto conobbe un successo immediato, ma la sua intransigenza nei confronti di culti pagani portò a un’inevitabile conflitto. La Mecca era uno snodo commerciale e un centro religioso di primaria importanza perché meta di pellegrinaggi diretti all’importante santuario politeista della Kaaba, dove, insieme con altri idoli, era particolarmente venerato un frammento di meteorite, la cosiddetta pietra nera. I culti pagani rappresentavano, dunque, per via del pellegrinaggio, una delle risorse economiche principali dell’oligarchia mercantile della città, ragion per cui, Maometto, che ne aveva condannato l’esistenza, fu espulso dalla città. Solo nel 630 Maometto può fare ritorno alla Mecca, dove muore due anni dopo.
La sua morte comportò l’elezione del primo califfo (khalifa rasul Allah, cioè “successore dell’inviato di Dio”). Abu Bakr, suocero di Maometto, fu scelto quale nuovo capo della comunità politico-religiosa, che con lui cominciò a proiettarsi al di fuori dei confini della penisola arabica, a danno degli imperi persiano e bizantino. L’urto degli eserciti islamici fu inarrestabile: nel giro di pochi anni l’impero persiano, lacerato internamente da conflitti dinastici, collassò completamente aprendo la strada all’avanzata musulmana per ulteriori conquiste in Asia; l’area siro-palistinese e l’Egitto offrirono una scarsa resistenza. La penetrazione musulmana in Africa settentrionale proseguì, nei decenni successivi al 640, con la conquista dell’esarcato bizantino di Cartagine. Nel 711 una spedizione arabo-berbera portò alla rapida conquista di gran parte della penisola iberica: in pochi decenni si formò il califfato di Cordoba.
Il Mediterraneo, ormai diviso, si mostrò, per la prima volta, agli occhi dei popoli che ne abitavano le sponde non già come una possibilità di scambio, ma come una frontiera invalicabile.