Demetrio Paolin vive e lavora a Torino. Autore di romanzi e studi critici, ha collaborato per il «Corriere della Sera» e il «Manifesto». Il suo romanzo d’esordio, uscito nel 2009, si intitola Il mio nome è legione. Dopo vari saggi su Primo Levi e gli anni di piombo è tornato alla narrativa con il romanzo Conforme alla gloria, finalista al premio Strega nel 2016. Di recente ha pubblicato il racconto Ultimo discorso registrato di Patrick sulla rivista Argo (potete leggerlo qui). Ci siamo incontrati a Senigallia un mese fa in occasione dell’ultima presentazione di Conforme alla gloria, ma la nostra conoscenza era iniziata qualche tempo prima online, scrollando tra lit blog e social network.

 

Stai tenendo corsi di scrittura creativa a Milano e in altre città. Hai sempre lavorato in ambito letterario?

 

L’attività di insegnante di scrittura creativa è diventata stabile negli ultimi due anni, quando sono entrato nella squadra della Bottega di Narrazione di Giulio Mozzi. È una attività che mi piace, perché mi piace insegnare non tanto la teoria quanto la pratica, mostrare i meccanismi, far vedere come funzionano i testi dei grandi autori. Una scuola di scrittura creativa non serve a creare talenti, ma ad affinare i pochi o i molti che ognuno ha. Mi piace lo scambio continuo, e soprattutto il ricevere dagli alunni forse più di quanto io riesca a dare loro. Detto questo non ho mai lavorato nell’ambito letterario, ma ho sempre lavorato con la parola. Sono stato un giornalista di cronaca nera e culturale, ho lavorato in un ufficio stampa. Non mi definirei un intellettuale, ma al massimo uno che provava a mettere per iscritto le cose che immaginava.

 

Che scuole hai frequentato?

 

Sono stato un alunno discontinuo, soprattutto alle superiori. Ho fatto il liceo scientifico con buon profitto, ma senza faticare molto. Fortunatamente ho avuto una insegnante di italiano che mi ha fatto amare la materia e così mi sono iscritto a Lettere Moderne. La facoltà di Lettere di Torino negli anni Novanta era forse una delle migliori in Italia e non solo. C’era ancora tutta la scuola di Giovanni Getto e ho avuto docenti come Ossola, Barberi Squarotti, Jacomuzzi, Masoero, Sensi e Guglielminetti. Sono stato molto fortunato e le poche idee di critica letteraria che ho le devo al loro magistero, che provo a portare avanti.

 

Vieni da una provincia famosa per il vino e gli scrittori celebri, le Langhe. Ti senti legato a Gozzano, Pavese e Fenoglio?

 

Sono langarolo, anche se vivo da 20 anni a Torino. È il mio destino: essere uno che arriva da fuori, il sentirsi sempre e comunque fuori posto. La vergogna dei vestiti della domenica me la porto cucita addosso. Insomma un torinese mi definirebbe un “barotto”, il contadino inurbato che tiene in sé le tare della campagna. Gozzano e Pavese sono i miei autori di riferimento:sono legato a loro perché in un certo senso ne condivido il paesaggio naturale e psichico. Io leggo Pavese o Gozzano e rivedo nelle loro pagine immaginazioni, sentimenti, ansie e ubbie mie. Anche Fenoglio è stato importante per me, ma per capire la sua importanza ho dovuto allontanarmi dalla sua opera. La sua scrittura ti contamina, se incominci a imitarlo, diventi quasi una sua copia, e le copie sono sempre meno belle dell’originale. Così io ho letto molto e studiato molto Fenoglio proprio per non scrivere mai come lui.

 

Conforme alla gloria è un romanzo grosso, quasi 400 pagine. Atto di generosità verso il lettore o banco di prova dello scrittore esperto?

 

Durante la stesura di Conforme alla gloria, quando ne parlavo con amici dicevo sempre che questo romanzo era la mia Cappella Sistina. Era, è ancora, il mio tentativo di definirmi agli altri come scrittore, un modo per affermare anche una mia personale identità. Credo che l’identità di una persona si misuri nel rapporto che istaura con gli altri: il romanzo è anche questo, stabilire una relazione e un contatto con i lettori. Mi sono reso conto che le vicende che volevo raccontare avevano bisogno di fare un cammino più lungo e complesso per arrivare agli altri. Mi sono fatto servo della storia e ho fatto in modo che ogni singolo riverbero di essa fosse sulla pagina. Spero di esserci riuscito.

 

Ami definirti un elettricista, un tecnico della scrittura. Il tuo problema non è anzitutto estetico, ma piuttosto che il romanzo funzioni e arrivi al lettore.

 

Non ho ancora accettato pienamente di essere considerato un artista. Per me gli artisti sono quelli che vivono sregolatamente, sentono profondamente la esistenza dell’universo: profondi, rabbiosi, illuminati, profetici, vivono avendo intorno un alone di misterioso carisma. Se mi guardo alla specchio vedo un quarantenne che si veste come quando andava all’università, le magliette dei gruppi musicali, gli anelli. Mi sento una persona che fa le cose normali, e quindi non credo di essere un artista. Sono una persona semplice: mi viene in mente una storia e provo a scriverla. Quindi penso che l’essere artigiano mi definisca di più; mio padre è un elettricista e credo che molto del mio modo di procedere nella composizione dipenda da quello che gli ho visto fare nella mia infanzia. Fare l’elettricista è spelare fili, unire fili, costruire percorsi in cui questi fili possano portare luce, mettere interruttori, mettere lampadari, costruire in quadro generale e infine andare al contatore centrale e accendere la luce e vedere se hai fatto un buon lavoro. Ecco a raccontarlo mi sembra così simile al lavoro dello scrittore che non penso neppure che si debba spiegare la metafora.

 

Hai iniziato Conforme alla gloria sette anni dopo il primo romanzo. Dove hai preso l’ispirazione?

 

Per me esistono immaginazioni che poco alla volta si condensano in una storia e immaginazioni che hanno bisogno di essere declinate in modo differente. L’idea del quadro di Conforme alla gloria mi venne a Mauthausen durante un viaggio di studio e ha preteso tempo, studio e dedizione. Ci ho messo molto non soltanto a scrivere il libro, ma a decidermi di affrontare quest’avventura. Ho covato l’idea del quadro dentro di me per anni, dopo che per un motivo banale mi ero ritrovato in una stanza vuota del museo del campo di Mauthausen mi sono rigirato nella testa l’idea di scrivere qualcosa su un manufatto artistico che rappresentasse tutto l’orrore del secondo conflitto. Tenendo conto che il viaggio nel lager austriaco fu nel lontano 1996 mi sento di dire di essere stato molto fedele, al limite del patologico, a questo tentativo di scrittura.

 

Una parte molto importante del romanzo è ambientata alla Risiera di San Sabba. Cosa hai provato visitandola?

 

Nel romanzo parlo di due campi che ho visitato e che, quindi, spazialmente e fisicamente sapevo riprodurre sulla pagina: Mauthausen e la Risiera. La Risiera fu un campo di sterminio e mi sembrava simbolicamente forte l’idea che in questo luogo di confine, un questo luogo silenzioso, pieno di cultura e di fascino, nel mezzo di città cosmopolita come Trieste esistesse una realtà così tremenda. La Risiera e ciò che la circonda sono la miniatura (la riduzione in sedicesimo) dell’intera vicenda del nostro Ottocento. A muovermi ci fu anche uno strano accidente che mi capitò durante la visita. Camminando lungo il muro perimetrale mi ritrovai davanti un grande supermercato di una nota catena tedesca. Mi parve di una di quelle strane coincidenze del destino che non potevo lasciar cadere nel vuoto.

 

Uno dei protagonisti del romanzo è una ragazza di nome Ana. È un nome parlante che allude all’anoressia?

 

In realtà è il diminutivo di Loredana, che è una mia amica e che in parte mi ha aiutato a pensare al personaggio di Ana, soprattutto per quanto riguarda la tua tensione artistica. Il discorso sui disturbi alimentari e l’anoressia è nato mentre cercavo di mettere a fuoco e dare corpo al personaggio femminile. Leggendo diversi testi ho scoperto che in alcuni casi le persone che soffrono di questi disturbi vivono una malsana immedesimazione con i corpi consunti dei deportati. Questa è stata la molla narrativa che mi ha permesso di costruire e rendere credibile il personaggio di Ana. Solo dopo ho scoperto che la sigla “Ana” allude a forum e a realtà virtuali legate ai disturbi alimentari. E anche in questo caso mi è sembrata una coincidenza perfetta, l’ennesimo pezzo che si inseriva nell’insieme.

 

Orazio Labbate ha scritto che nel romanzo tutti «sono ossessionati dalla pelle». Ti riconosci in quest’intuizione?

 

Il tema della pelle è per me fondamentale tanto da essere presente sin dall’esergo del romanzo con quella citazione bellissima da Oddone di Cluny. La pelle mi interessa per una serie di questioni. In primo luogo definisce la mia persona, definisce ognuno di noi. Scuoiati e senza pelle saremmo tutti dei manichini più o meno simili. La pelle è quindi un principio di identità, ma è anche un principio di incontro con l’altro. La prima cosa che conosco di un altro è la sua pelle. In oltre la pelle è la superficie, ma è una superficie che tiene memoria, che trattiene, ecco il simbolo del tatuaggio.

Poi c’è il discorso della resurrezione. Con che pelle vivremo la nostra vita dopo la morte? Quando le nostre ossa riprenderanno la carne, i muscoli, quale pelle indosseremo? So che questo può sembrare un fola ingenua, ma genera in me una quantità tale di immaginazione che ci potrei scrivere un libro. La pelle è proprio il vettore che muove la storia, la su ossessione è ciò che in un modo o in un altro lega tutti; ed è la pelle a decretare la fine di tutti.

 

Com’è cambiata la scena letteraria italiana dal 2016, anno d’uscita del romanzo?

 

Non sta a me dire se il libro meriti i riconoscimenti che ha avuto, ma li accetto e cerco di esserne all’altezza. Sono stato molto fortunato nell’aver trovato la casa editrice Voland e Daniela Di Sora, che hanno creduto e credono tutt’ora in questo libro. Su cosa sia cambiato in questi anni, noto una maggiore attenzione dei giornali e della critica alla letteratura italiana anche nei confronti degli esordienti.

Dal punto di vista delle classifiche ci sono fenomeni interessanti. Penso all’entrata in classifica di libri come quello della Postorino, Le assaggiatrici, o L’anima femmina della Canepa, penso al fenomeno di Roberto Camurri con il suo romanzo A misura d’uomo pubblicato da NNE, penso alla grande qualità forse non completamente riconosciuta di Sandro Campani o di Torchio, ai lavori importanti di Macioci e Aloia e potrei andare avanti. Mi pare che la nostra letteratura, almeno quella circostante a questi ultimi anni, per semi-citare il saggio di Simonetti, sia piena di spunti da analizzare.

 

Sei un appassionato di musica, rock e metal in particolare. Conforme alla gloria ha avuto una colonna sonora?

 

Tutti i personaggi di Conforme, un po’ come un dramma wagneriano, hanno il loro leitmotiv. Per Rudolph è il punk, per Laura la moglie di Rudolph sono i Pink Floyd, per Mattias loro figlio sono gli Iron Maiden, per Enea e Ana i Velvet Underground per Teresa e Giovanni è La bamba. Infine anche il titolo del romanzo lo devo in parte a una canzone dei CCCP, Per me lo so.

 

Nel libro ricorrono citazioni più o meno esplicite dalle opere di Primo Levi. Quando hai incontrato questo autore?

 

Vorrei riuscire a vivere con la stessa pacata e profonda intensità di Primo Levi. A lui ho dedicato molti anni di studio e qualche saggio, ma neppure questo è riuscito a descrivere appieno l’uomo, come se qualcosa sfuggisse all’indagine per quanto rigorosa del critico. Così l’ho immaginato, l’ho fatto diventare personaggio di una mia narrazione. Primo Levi non è soltanto uno degli scrittori più importanti nel Novecento, ma è stata una persona umanamente splendida e fragile.

La vita di Levi era diventata un’ossessione, non la sua vita reale, ma quella immaginata, quella che io immaginavo di lui dopo la lettura dei suoi libri. Io ho letto Primo Levi tardi, rispetto alla media dei suoi lettori, diciamo che dopo una disattenta lettura alle superiori, l’ho letto con cognizione di causa al secondo anno di università, proprio durante un seminario di Guglielminetti. Penso che quel seminario, e la lettura di Se questo è uomo e delle altre opere leviane abbiano fatto di me, nel bene come nel male, la persona che sono.

 

Da dove viene la scelta di trattare temi problematici come l’Olocausto e il suicidio?

 

Non lo so o forse lo so ma non lo voglio dire. Sai qual è la canzone che io ho ascoltato di più da bambino? Vecchio Frack di Domenico Modugno. È la storia di un uomo che decide di farla finita e si uccide gettandosi nel fiume. Io ho sempre trovato bellissime la delicatezza e la chiarezza con cui la racconta. Ho imparato insomma che non esiste tabù o storia o immagine che non possa essere detta, e la mia mente ha incominciato a ragionare sempre di più sulle situazioni limite che se puoi voi sono quelle del vecchio con il frack. Cosa ne ho fatto della mia vita? Cosa significa dire ho vissuto? Cosa vuol dire smettere di vivere? Cosa è la vita? Cosa la morte? Cosa è un uomo? Da cosa lo deduci? Insomma forse la mia melanconia è solo il frutto dell’ascolto del disco sbagliato.

 

A cosa stai lavorando?

Sto lavorando a un testo che non è un saggio e non è neppure un romanzo. Sto riscrivendo il libro profetico di Geremia alla luce del suicidio di un pre-adolescente. È un’opera cui tengo, molto diversa da Conforme per mole, ma che mi sta richiedendo uno sforzo di scrittura che non avrei immaginato quando ho aperto un nuovo file nel programma di scrittura, circa due anni fa.

 

Da scrittore di profonda cultura cattolica, cosa pensi di chi si dice cristiano pur arroccandosi su posizioni apertamente razziste e xenofobe? Non ti sembra un controsenso?

La Scrittura è piena di rimandi alla centralità della figura dello straniero come paradigma dell’alterità e dell’accoglienza. L’essere credenti è incompatibile con l’essere razzisti o xenofobi. I messaggeri di Dio nell’Antico Testamento sono spesso stranieri. Le prescrizioni dell’Esodo e del Levitico dichiarano esplicitamente che lo straniero è sacro, insegnamenti che Cristo stesso segue e invita a seguire nei Vangeli e che infine vengono ripresi nelle lettere apostoliche: penso alla Lettera di Giacomo, ad esempio. I politici usano il cristianesimo come maschera perché non hanno coraggio di dire che sono inconsciamente o implicitamente fascisti. Io reputerei molto più serio e più intelligente fare un’opera di verità: preferirei che Matteo Salvini non giurasse sul Vangelo di cui ovviamente ignora storia, consuetudini e magistero, ma che dicesse: “Sì, sono fascista e voi mi votate perché siete fascisti come me.” Io lo troverei molto più salutare e chiaro.