Il nome “Colazione da Tiffany” senza dubbio desta l’attenzione in ognuno di noi. Che sia un’iconica Audrey Hepburn fasciata di nero davanti alla vetrina della famosa gioielleria, o George Peppard che batte a macchina il suo racconto, tutti colleghiamo immediatamente il nome al film di B. Edwards. Una minoranza, oltre alla pellicola del 1961, penserà al libro di Truman Capote che ha dato origine al classico cinematografico.

Romanzo che, come i lettori ben presto scoprirono, dà i natali ma non la conclusione al film omonimo. Non si può parlare di spoiler a distanza di più di 60 anni, ma chi non ha ancora letto o visto “Colazione da Tiffany” e ha intenzione di farlo, sappia che tratterò apertamente il finale.

Il film ha consacrato quella tra Holly Golightly, ragazza libera e libertina, alla costante ricerca dei piaceri della vita, e Paul Vorjack (nome inventato per il film, poiché nel romanzo il nome del narratore non viene mai rivelato) aspirante scrittore, come la più bella storia d’amore di tutti i tempi. La realtà descritta dall’autore, però, è tutt’altra.

Holly e il narratore stringono una forte e vera amicizia, non priva di litigi, dovuti principalmente allo stile di vita e agli ideali diversi dei due personaggi. Il protagonista maschile, attraverso i cui occhi conosciamo tutta la storia, rivela implicitamente la sua attrazione per Holly, dalla quale viene sempre respinto. La giovane donna infatti accetta solo uomini che possano permetterle un tenore di vita alto, nella Manhattan alla moda che adora. Inoltre ha una concezione dell’amore che muta all’interno del racconto. Dapprima non riesce ad innamorarsi di qualcuno perché non ha ancora capito qual è il suo posto nel mondo, successivamente, a causa di una gravidanza, sembra maturare l’idea di poter amare un uomo e creare una famiglia stabile. Alla fine, però, dopo varie vicissitudini (tra cui la perdita del bambino e dell’uomo amato), torna a concepire l’amore come qualcosa di distante da lei.

Il narratore, in tutto questo percorso, le gravita attorno, le rimane vicino e spera fino alla fine che lei possa sceglierlo; ma non succede.

Holly parte per il Brasile e lui non la rivedrà mai più, eccetto ricevere una sua breve lettera tempo dopo. Ciò che è rilevante, però, ciò che potrebbe creare un punto di svolta se solo accolto, è l’animale domestico della ragazza, chiamato “Gatto” perché dargli un nome avrebbe voluto significare appartenersi, ingabbiarsi, e questo Holly non poteva accettarlo. Mentre sta andando in aeroporto, accompagnata dal fedele Paul, Holly si ferma in un vicolo e abbandona il suo gatto, nella speranza che possa trovare un posto migliore. Nel momento in cui risale in macchina, però, la ragazza capisce di aver fatto un tremendo sbaglio, rinunciando all’unico affetto che aveva:

“Ho paura che possa andare così per sempre. Non sapere cos’è tuo finché non lo hai gettato via”.

 

Così torna a cercarlo, ma non lo trova più, lo ha perso per sempre. È allora che il giovane scrittore le fa una promessa: le promette che troverà lui Gatto, cosicché lei possa partire per il Brasile.

Holly parte e, mentre nel film resta ritrovando sia Gatto che Paul, l’uomo finisce di raccontare la loro storia. Nell’ultima pagina del romanzo ci viene svelata l’intensità dell’amore che il protagonista nutriva nei confronti della ragazza:

“Ma soprattutto volevo parlarle del suo gatto. Avevo mantenuto la promessa; lo avevo trovato”.

Colazione da Tiffany: l'amore non ha sempre un lieto fine

Ed è qui che, dopo un momento iniziale di delusione, il lettore può sorridere e sentirsi appagato.

Paul avrebbe potuto dimenticarsi di quel gatto, come avrebbe potuto dimenticarsi di lei, una volta partita per sempre: in fondo nessuno lo avrebbe saputo. Invece no, lui torna a cercare l’animale per mesi, finché non lo trova, al caldo, acciambellato dentro una casa. Perché? Perché l’amava e sapeva quanto quel gatto fosse importante per Holly. Cercare quell’animale era un po’ come cercare Holly, ma contemporaneamente significava mettere una conclusione a quella storia, certo che il suo amore non si sarebbe concluso.

E qui sta la bellezza del romanzo: non è il lieto fine che ci aspettiamo, non è la storia d’amore iconica raccontataci nel film, ma è la realtà. È una storia d’amore che potremmo vivere con molta probabilità. Perché accade anche questo: non essere ricambiati, non vedere avverarsi il finale che speriamo, ma non per questo il sentimento che abbiamo provato è meno vero, o meno valido.

Truman Capote non ci regala la certezza dello stare insieme, ma l’esperienza di un amore che dura, di un amore fine a se stesso e per questo tanto bello quanto doloroso.