Come ogni cittadina di provincia che si rispetti, anche Biella possiede una sua tradizione che la pone -oggi metaforicamente – in conflitto con un’altra realtà vicina: l’umida e pianeggiante città di Vercelli. I fondamenti di questo attrito sono antichissimi, basti pensare che già durante il periodo medievale (IX sec. Ca.), la città di Biella (Bugella al tempo) fu sotto il controllo della Chiesa di Vercelli. Questo controllo si protrasse a fasi alterne sino al 1982, quando Biella, finalmente, si liberò dal giogo di quella che allora era la provincia di Vercelli; ottenendo, così, la propria autonomia (ahimè, solamente amministrativa). Ma la causa della rivalità fra Biella e Vercelli non sono unicamente storiche. Biella fu sin dal medioevo città proto-industriale e ha fatto proseguire questa vocazione fimo ai giorni nostri; Vercelli, per contro, è una città a vocazione prettamente orientata verso la risicultura. Anche il territorio è completamente differente: Biella è situata sulle Prealpi e relativamente isolata dal resto del mondo -sì, siamo dei montanari scontrosissimi e se è vero che tutte le strade portano a Roma, beh è anche vero che tutte le strade finiscono a Biella- mentre Vercelli è situata in piena pianura e con rapporti più cordiali con il resto del mondo.

Tutte queste differenze si ritrovano nel mito Biellese del “Pruces dal Babi”, il processo del Babi (il Babi è il rospo).

La storia è questa:

“Un giorno il Babi, proveniente dalle zone paludose della bassa vercellese, si diresse verso i monti biellesi; attirato dal clima e dalla vista del paesaggio e saltellando, con un poderoso balzo si posò sul ramo di un albero. In quel momento stavano passando Gipin e Catlin-a che, attirata dai suoni emessi dal Babi esclamò: <<che bell’uccello, e che originale!>> suscitando orgoglio nel rospo.

Gipin, disse alla moglie che quello non era un uccello, ma un babi: questa affermazione provocò una reazione stizzita nel rospo e l’origine dell’inimicizia fra il Babi e Gipin.

Da allora il Babi viene accusato di spacciarsi per l’uccello più bello di Biella, viene portato in tribunale da Gipin e immancabilmente condannato a morte”.1

Quello che emerge da questa storia è abbastanza evidente: il Babi si inoltra nel territorio biellese cercando di ottenere dei meriti che non sono suoi; inoltre, viene da Vercelli che, storicamente ha controllato il territorio biellese. Non stupisce, quindi, che si sovrapponga -da parte di una certa narrazione “biellocentrica”- l’immagine di Vercelli con quella di una bestia ripugnante. Cosa accade poi al povero batrace? Viene arso pubblicamente sul rogo2. Tutto questo è riassumibile in un semplice gesto di odio fra province? Ma nemmeno per sogno, signori miei. Questo mito biellese viene rappresentato folcloristicamente e artisticamente durante il periodo di carnevale. Il carnevale ha un significato molto profondo in moltissime culture rurali d’Europa, è una sorta di sospensione dalle norme vigenti per un breve periodo. Nel caso del processo del Babi, a mio avviso, però, si è incuneato un altro elemento: la sovrapposizione di una coscienza storica al vero e proprio fatto della “sospensione”. Nella rappresentazione teatrale del “processo al Babi”, non solo viene raccontata la storia “tradizionale”, ma si aggiungono, di volta in volta, elementi di pubblico rilievo; anche se l’epilogo è sempre il medesimo: il rogo. Questo significa che ad un elemento principale (l’indipendenza ottenuta da Biella nei confronti di Vercelli) si sommano altri elementi minori che vengono messi in risalto in modo scherzoso, appunto, proprio durante il periodo di carnevale; ma alla fine, come tutti gli anni, questi elementi di carattere storico o di critica sociale si dissolvono nel rogo che, grazie al potere distruttivo del fuoco, può inaugurare un nuovo corso. Il fuoco non solo ha dissolto -simbolicamente-il Babi, caricatura del controllo vercellese su Biella, ma anche i significati aggiunti di cui questa rappresentazione si è arricchita. Però, il Babi, come araba fenice, risorge dalle sue ceneri e, anno dopo anno, si ripresenta adornato da nuovi elementi (questi si variabili) che grazie alle celebrazioni carnevalesche possono essere messi in risalto. I risultati e i significati sono due: da un lato il Babi viene bruciato ad indicare “l’indipendenza” raggiunta dal biellese (in una sorta di mito fondativo), una specie di dissolvimento delle vecchie catene; dall’altro le narrazioni che di anno in anno si legano al Babi vengono messe in rilievo in questo periodo di sospensione delle norme sociali, in modo da poter essere apertamente recepite e criticate dalla collettività senza “limitazioni” -siamo in un periodo di sospensione, come si è detto.

Alla luce di quanto emerso, il processo del Babi non è solo una “storiella” di una cittadina di montagna, ma è un elemento di creazione identitaria tanto caro alla penisola a Italiana; e, ricordiamo bene una cosa: i cosiddetti “campanilismi” nascono da forti sensi di appartenenza a un luogo, ad una lingua, ecc, ma anche da dinamiche di differenziazione e ad una “cesura” con gli altri. Questo non significa che non esistano zone di scambio e/o di contrattazione. È questa una delle meraviglie del nostro paese: l’essere estremamente diversi e sentirci di appartenere a realtà diverse, ma rimanendo in un -sostanziale- clima di concordia. Ad ogni modo, noi biellesi ricordiamo calorosamente il nostro antico “padrone” vercellese, lo ricordiamo così calorosamente che ogni anno lo diamo -simbolicamente eh!- alle fiamme.

1 La storia è disponibile su www.frammentidistoriabiellese.it

2 Il video del rogo del Babi è pubblicamente disponibile su YouTube.