Discutevo tempo fa con alcuni amici a proposito di questioni di scuola. Ritengo che sia un tema centrale nella vita di ogni persona, una specie di paradigma.

Due miei amici erano in difficoltà per la scelta della scuola elementare di uno dei loro figli. Prima la scelta era caduta per un istituto vicino casa, poi – visto che l’istituto non rispondeva alle loro aspettative – hanno ripiegato su una scuola più distante dal loro paese ed ora ritengono di essere soddisfatti. Adesso pensano che debbano solo vigilare (come se ciò niente fosse) e che tutto, salvo imprevisti, possa andare liscio. In fondo si può trovare un accomodamento anche con questo sistema educativo, pensano, e le persone in giro non sono poi così male, e forse gente come me la fa più complicata di quello che è, e la loro famiglia pensa di essere in grado di vagliare tutto ciò che in classe verrà detto e intervenire in caso di deragliamenti eccessivi.

Io ho provato a dire: ma guardate che potete tenere a casa i vostri figli, e insegnare loro ciò che volete, a determinate semplici condizioni. Sono buoni amici, e davvero condividiamo le cose più importanti della vita, e nonostante questo ho trovato una certa resistenza: “non ce la facciamo, non siamo adatti, non ci sono le condizioni“. Quali sarebbero? “Ci vorrebbe una maestra ad un prezzo abbordabile“. Rispondo a lui: ma tua moglie ha una laurea, e tu sei una persona capace, intelligente e vivace, non credo che la laurea possa fare la differenza in sé e per sé (vedo tanti super laureati in giro così pieni di lauree e di sé a cui non lascerei neppure il canarino, figurarsi un figlio…), siete le migliori persone che possono educare i vostri figli, siete i loro genitori… “Mah…” ottengo come risposta.

Ho capito.

Il mio amico Chesterton direbbe che è un pandemonio di seconde scelte, un delirio di ripieghi.

Non pensi di trasmettere ai tuoi figli i tuoi ideali, o forse pensi di poterlo fare validamente nel tempo libero, lasci che qualcun altro trasmetta loro i suoi, di ideali, nel loro maggiore e miglior tempo. “Ma io glieli trasmetto: i miei figli vivono con me“. Ma i tuoi figli passeranno la maggior parte del loro miglior tempo a scuola con sconosciuti ai quali forse non offriresti neppure una sigaretta, in altre circostanze. E via così, i miei cari amici, nel tentativo di difendere una scelta che percepiscono di ripiego ed inadeguata ma in ogni caso obbligata. Come cercare di digerire un abbondante pasto di guizzanti e vivaci anguille ancora vive e cercare di dimostrare agli altri e a se stessi che è tutto ok.

La realtà è che pensiamo che il mondo vada preso così, ed al limite che possiamo cercare di evitare certe sue storture palesemente eccessive (ma la soglia si abbassa visibilmente ogni giorno di più; faccio un esempio stupido: vi ricordate che una volta né per radio né per televisione si sentivano parolacce. Oggi nessuno di noi esita a ridere di fronte a qualche sfondone, e ci accontentiamo di definire “espressione di opinioni” il fatto che si parli di omosessualità come scelta positiva in TV e per radio). Pensiamo che sia qualcun altro a doverlo cambiare, o che spontaneamente esso cambierà, come quando a lezione di economia mi raccontarono la storiella della “mano invisibile” del mercato che avrebbe sistemato tutto come per magia. Cambierà come?

La trappola più grossa è pensare che lo debba fare un altro.

Si dice sempre: ma non vorrai mica cambiare il mondo? La risposta è: sì, perché? Chesterton addirittura rivendicava la libertà di spostare indietro le lancette dell’orologio, ed a chi obiettava qualcosa rispondeva: “Sì che si possono spostare”.

Sempre il mio amico Chesterton parlava di Pimlico, un quartiere di Londra all’epoca un po’ decaduto, e diceva come fosse errato pensare che le uniche alternative potessero essere solo lasciare Pimlico e – simbolicamente – andare a Chelsea (the Royal Borough of Kensington and Chelsea, capite? Ci sono stato un paio di volte, tutta un’altra cosa…), oppure lasciare Pimlico così com’è. Invece lui diceva che si può lottare perché Pimlico diventi come Roma o Firenze o Gerusalemme, svettante di torri d’oro e d’avorio. E diceva che Roma non è stata grande e quindi qualcuno l’ha amata. I romani l’hanno amata e quindi è diventata grande. Semplice e reale. Non ci sono forze cieche nel mondo, esistono gli ideali che muovono l’uomo, ed esiste Dio con cui l’uomo può scegliere di allearsi per essere felice oppure di lottare contro di Lui e, alla stregua di un nuovo Prometeo, credere di poterne fare a meno e dannarsi. Semplice e reale anche questo, a voler guardare con onestà.

Sono gli ideali, giusti o sbagliati, che muovono l’uomo. Le altre forze sono solo strumentali, quindi pensare che essi non “spostino” nulla o che siano altre forze a “spostare” è come scegliere di vivere e girare il mondo con la mappa di Marte. Esistono, questi ideali, anche quando non li riconosciamo, anche quando si camuffano da solidi fatti che nessuno si sognerebbe di contraddire.

Per cui spesso ci troviamo a ragionare secondo questi ideali e pensieri senza accorgercene, soprattutto questo accade con i falsi ideali, per loro natura così vicini alla verità. È sempre il mio Chesterton a dire che «la menzogna non è mai tanto falsa come quando si avvicina molto alla verità. È quando la pugnalata sfiora il nervo delle verità che la coscienza cristiana urla di dolore» (da San Tommaso d’Aquino), e il problema nasce quando non c’è questo grido di dolore: vuol dire che stiamo andando dritti dritti dove qualcun altro vuole.

Se vivere per un ideale è un comportamento a misura d’uomo (è così: l’uomo è fatto di queste cose e volerlo ridurre a materia, convenienze, questioni di distanze e di praticità lo rende non uomo), non perseguire un ideale diventa una ingiusta condanna, soprattutto se si parla di un giusto ideale, cioè la Verità. Diceva il mio amico Pier Giorgio Frassati: «vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere ma vivacchiare», cioè men che vivere. D’altro canto sempre Chesterton ci dà un bel suggerimento: «C’è solo una cosa davvero sorprendente che può essere fatta con un ideale ed è realizzarlo» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo). Se riduciamo tutto ad una questione pratica, “tecnica”, di “competenza”, come se questo ci garantisse un’oggettività inesistente, una specie di imparzialità come il respirare e il nutrirsi (“ma mandare a scuola un figlio significa che impari certe cose e per me basta quello, al resto pensiamo in famiglia…“), ci illudiamo. Leggere Leopardi o una pagina sul Concilio di Trento, o sulla vescica natatoria dei pesci in un modo o in un altro cambia tutto. Tutto. La tecnica è solo l’illusione che ci truffa e ci fa perdere il frutto di tutto. E per mettere ancora un po’ di carne al fuoco, vai con un’altra bella citazione di Chesterton per capire dov’è veramente il problema:

«La differenza tra il Puritanesimo e il Cattolicesimo non riguarda l’attribuire sacralità o meno a certe parole o a certi gesti dei preti. Sta nel decidere se ogni parola e ogni gesto è decisivo e sacro. Qualsiasi gesto quotidiano è, per il cattolico, una scelta drammatica di servire la causa del bene o del male. Per il calvinista nessun gesto possiede questo tipo di solennità, perché riguardo alla persona che lo compie è già stato deciso tutto fin dall’eternità, e quindi a lei non resta che trovare il modo di riempire il proprio tempo fino al giorno del giudizio universale. La sottigliezza della differenza è più fine dei budini natalizi o dei teatrini domestici; la differenza è che, per un cristiano come me, questa breve vita terrena è intensamente spaventosa e preziosa; per un calvinista, come il signor Shaw ha confessato di essere, essa è un automatismo per nulla interessante. Per me questi settant’anni sono una battaglia. Per un calvinista che aderisce al Fabianesimo (per sua stessa ammissione) gli uomini sono solo una lunga processione di vincitori coronati d’alloro e di sconfitti in catene. Per me la vita sulla terra è lo spettacolo, per lui è l’epilogo».

da Cosa c’è di sbagliato nel mondo

Non posso chiudere senza questo:

«(…) Il caos attuale è dovuto a una generale dimenticanza di tutto ciò a cui originariamente gli uomini aspiravano. Nessun uomo domanda più ciò che desidera, ogni uomo chiede quello che si figura di poter ottenere. E rapidamente la gente si dimentica ciò che l’uomo voleva davvero in principio; e dopo una vita politica vivace e di successo, un uomo dimentica se stesso. Il tutto diventa uno stravagante tumulto di seconde scelte, un pandemonio di ripieghi»

da Cosa c’è di sbagliato nel mondo

A chi spetta cambiare il mondo? A chi fare il passo? Soli? In compagnia? Di chi?

Parliamone, amici, abbiamone il coraggio, non archiviamo tutto dicendo: l’autore dell’articolo è un fissato! Ditelo pure, ma poi fatevi queste semplici domandine! Lo prenderò come un bel regalo! Anche perché tutto quello che ho scritto vale anche per il lavoro, la famiglia, i soldi, gli affari e la politica («io scelgo il meno peggio»: un altro modo di chiamare il pandemonio di ripieghi. Giù, daje…!).

 

Marco Sermarini