Credo che il Barocco sia oggi di capitale interesse, certamente lo è per me, perché rappresenta la possibilità della rivitalizzazione di una cultura in crisi; una riforma nel vero senso della parola, cioè il rinnovamento di una forma vitale attraverso la sua trasformazione.

Una riforma del gusto cioè della sensibilità.

Non a caso, infatti, le fondamenta ideologiche del Barocco sono poste dal Concilio di Trento, organo deliberativo e attuativo della Controriforma, ossia, per meglio dire, della Riforma cattolica.

Il tentativo di pensare il concetto di riforma come riorganizzazione della forma (del vivere, del sentire) non può prescindere dalla considerazione della vita propria della Chiesa, che come sappiamo è semper reformanda. Dico questo nel senso che nella storia della Chiesa abbiamo l’esempio concreto di un organismo vivente che si rinnova periodicamente e integralmente, attraverso una revisione di tutti i suoi livelli gerarchici. Occorre lottare contro l’apparenza che la storia sia pura sclerotizzazione, incrostazione, irrigidimento, morte; sono aspetti indubbiamente presenti ma inframmezzati e in dialettica con questo aspetto vi sono autentici atti di trasmissione del principio vitale attraverso il rinnovamento della forma. Così, è un giudizio parziale quello che coglie nella Controriforma solo gli aspetti repressivi e autoritari – che pure senza dubbio vi sono.

Il Barocco come movimento estetico è inseparabile non solo dai criteri ideali e pratici dettati dai padri conciliari, ma dai molteplici influssi spirituali sorti nel XVI secolo: le esperienze di ordini religiosi nuovi o rinnovati come i gesuiti e i carmelitani, le grandi innovazioni pastorali di San Carlo Borromeo a Milano e di San Filippo Neri a Roma. Pensiamo per esempio alla rivalutazione della sensibilità e dell’immaginazione, al loro impiego per i fini della devozione, negli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola; e parallelamente all’intensità profondamente umana e carnale della mistica carmelitana in Santa Teresa d’Avila e in San Giovanni della Croce.

Forme di spiritualità, soprattutto quella gesuita, che furono peraltro spesso tacciate di pura esteriorità, di teatralità dunque in ultima analisi di ipocrisia, in genere da critici di matrice protestante; e la critica è stata riprodotta quasi in forma identica nei confronti dell’arte barocca.

L’intuizione dell’importanza epocale del Barocco mi è venuta attraverso la lettura del profondissimo capitolo che Fabrice Hadjadj ha dedicato a Gian Lorenzo Bernini nel suo mirabile libro sulla gioia soprannaturale, Il Paradiso alla porta.

Introducendo l’argomento Hadjadj lo situa abilmente nel contesto della cultura del XVII secolo, sconvolta da una serie di scosse telluriche, la principale delle quali è prodotta dalla rivoluzione astronomica di Copernico e di Galileo. Naturalmente qualunque manuale di storia ci dirà che le altre due fratture epocali che separano l’Età Moderna dal Medioevo sono la Riforma protestante e la scoperta del continente americano (a cui si può aggiungere sul piano tecnologico l’invenzione della stampa); e naturalmente questi eventi sono determinanti anche nell’avvento del Barocco.

Ma la rivoluzione copernicana viene presentata dal filosofo francese come l’elemento decisivo, e a ragion veduta, in quanto infrange l’immagine dell’universo stesso. L’universo medievale, gerarchicamente ordinato, formalmente compiuto, sistema trasparente di segni, rendeva percepibile all’uomo il suo orientamento metafisico fin nella sua collocazione spaziale: sotto il cielo, anzi i cieli. La Gloria di questi ultimi si effondeva per gradi, che li univano alla terra; una bellezza comprensibile all’intelletto quanto percepibile dai sensi, che si riverbera fino nei minimi dettagli dell’estetica (che è percezione della forma) medievale. Ancora nella pittura quattrocentesca del Beato Angelico, nella chiarezza del disegno e del colore, nella luce mattinale che fa risaltare con dignità ed equilibrio tutte le parti dell’immagine, si avverte pienamente la certezza di un significato al tempo stesso concreto e metafisico del cosmo. Un fatto che peraltro ci documenta la sostanziale continuità del Quattrocento italiano con la cultura del tardo Medioevo, almeno nelle sue percezioni fondamentali.

Personalmente, amo molto l’Angelico, e il pensiero di quell’antica limpidezza dello sguardo che si smarrisce nei torbidi meandri dell’Età Moderna ha costituito per me, anche se può sembrare strano, una sorta di scandalo estetico. La perdita della dignità metafisica del cielo, soprattutto, mi sembrava un trauma irreparabile. Dopo la rivoluzione copernicana e galileiana, l’assetto cosmico appare sconvolto: senza più ordine gerarchico visibile né figura riconoscibile, cogliere la bellezza divina nella forma dell’universo non sembra più possibile – nonostante il grande tentativo di Keplero di sposare astronomia, matematica ed estetica. Lo spazio stesso esplode, si dilata senza misura né senso apparente: un abisso in cui l’osservatore si smarrisce.

Blaise Pascal, grande ingegno matematico e religioso, scrive: “Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa”, esprimendo con queste parole una valida formula dell’horror vacui, poi richiamato spesso, e non a torto, in funzione di principio estetico dell’arte barocca, della sua frenesia decorativa. Pascal, vale la pena di ricordarlo, fu amico dei giansenisti e acerrimo nemico dei gesuiti, ai quali ultimi è però avvicinato in modo singolare dall’idea che l’atto di fede è preparato dai gesti, dall’atteggiamento, dalla postura del corpo; ma non dall’immaginazione, tanto importante negli Esercizi ignaziani quanto sospetta per un giansenista (da questo punto di vista, un protestante).

Ora, il problema che ci troviamo di fronte è precisamente un problema di immaginazione: di sensibilità. L’uomo postcopernicano avrà imparato a concepire un mondo nuovo, ma ora ha bisogno di imparare a percepirlo di nuovo.

Nel capitolo citato, Hadjadj sostiene che sia, quella di Bernini, un’arte capace di porsi all’altezza della sfida cosmologica; e porta ad esempio i nuovi principi di interpretazione dello spazio e del movimento da lui apportati, e ancora di più, il fatto che egli fa ruotare lo spazio non più intorno ai corpi celesti, ma intorno al corpo umano, alla sua presenza carnale. Il filosofo francese arricchisce questa intuizione con altri esempi per i quali rimando alla lettura del suo libro – si vedano soprattutto le illuminanti osservazioni sulla funzione pubblica della scultura barocca, e in particolare sulle fontane.

Ma essendomi proposto di parlare del Barocco come riforma della sensibilità, devo ora tentare il compito non semplice di generalizzare l’intuizione, per quanto possibile, al campo prescelto.

Prenderò questa frase di Hadjadj come guida: “Ormai niente è più stabile […] Da questa disfatta dell’immateriale, Bernini sa estrarre l’avvenire di festa”.

Che è come dire: il Barocco nasce dalla vertigine della modernità, l’accoglie e ne fa motivo di affermazione, criterio di esperienza rinnovata del sensibile.

[1/continua…]