Avengers: Infinity War è il miglior film Marvel di sempre.

Non esito a dire che l’ambizione dietro a questo progetto è stata pienamente rispettata e le aspettative per nulla disattese. Avevo paura, lo ammetto: i Marvel Studios se la sono cavata egregiamente in questi anni, ma questa volta ho pensato: “Se cadono su Infinity War, possono pure mettere una pietra tombale sul Marvel Cinematic Universe“, e questo perché si trattava del culmine di un percorso decennale, una sorta di verifica di tutto quello che è stato costruito in anni e anni di lavoro, una vera e propria scommessa. La posta in gioco d’altronde era alta, altissima: un cattivo visivamente annunciato fin dal primo Avengers come il villain definitivo, la nemesi dei protagonisti della Casa delle Idee, colui che avrebbe davvero messo alla prova gli eroi più forti di sempre; un assembramento di personaggi mai visto prima, se non nei fumetti, ognuno con un suo spessore, una sua storia e una sua caratterizzazione; una storia importantissima e ambiziosissima per chi, come me, ha ben presente il corrispettivo cartaceo. Insomma, c’erano tutti i numeri perché potesse rivelarsi un successo strepitoso oppure un disastro incredibile.

Avengers: Infinity War, una scommessa vinta

Perché dunque reputo Infinity War la sublimazione del MCU? Per due motivi, principalmente.

Thanos, innanzitutto. Il Titano Pazzo interpretato da Josh Brolin fece la sua comparsa dopo i titoli di coda del primo Avengers, e già allora si preannunciò come il vero villain, il burattinaio dietro al ben più banale e piatto Loki (non me ne vogliano le innumerevoli fan del buon Tom Hiddleston). Da allora tutti ebbero la consapevolezza della portata degli eventi innescati da quel primo tentativo di riunire gli eroi più amati di sempre sul grande schermo (questa è stata peraltro, a mio avviso, la marcia in più del MCU rispetto al DCEU: avere coscienza da subito di stare creando un universo, non soltanto una serie di film sui supereroi). Ad ogni modo, Infinity War è il culmine di un cammino, la cima di una scalata durata dieci anni; è il momento in cui Thanos, il cattivo dei cattivi, scende in campo in prima persona per recuperare le Gemme dell’Infinito, potentissimi cristalli elementari in grado di controllare ogni aspetto della realtà. Ebbene, il gigante viola si è rivelato assolutamente all’altezza del suo ruolo.

Avengers: Infinity War, una scommessa vinta

Thanos è potente, determinato e, soprattutto, motivato. Motivato non da una qualche sete di vendetta o dalla banale volontà di “conquistare il mondo”, obiettivo che può confarsi a qualche villain d’un film di serie B o, appunto, a parodie come il cartone animato Mignolo e Prof. Questo alieno misterioso che da anni stende la sua ombra minacciosa sull’universo Marvel ha un preciso intento: dimezzare la vita dell’universo, per portare un equilibrio senza il quale l’esistenza è destinata a cessare. Lo spettatore non è certo portato a condividere il suo scopo, a meno d’essere un malthusiano convinto; ma di sicuro ne comprende bene i motivi (aver assistito alla fine del suo pianeta d’origine proprio a causa del sovrappopolamento) e, soprattutto, ne coglie perfettamente il conflitto. Thanos non è felice di fare quel che fa, o almeno così sembra, e più volte ribadisce la necessità di adempiere a quello che lui percepisce come un destino: lui è l’unico che ha la volontà e la forza di fare quel che va fatto, in sostanza. La scelta più difficile, il sacrificio supremo lo compie quando uccide Gamora, sua figlia, colei che avrebbe voluto vedere seduta sul suo trono un giorno, pur di ottenere la gemma dell’anima. Lo vediamo piangere, quasi percepiamo la sua anima lacerarsi mentre comprende di dover rinunciare a ciò che ha di più caro.

La seconda cosa che rende così grande questo film è una diretta conseguenza della grandezza di Thanos stesso: l’impatto degli eventi sui nostri eroi. Il MCU è famoso per non alzare mai troppo la posta, tra personaggi uccisi e poi tornati in vita (Coulson) e salvataggi in extremis pur di non dover rinunciare ai supereroi di punta degli Studios. Questa volta il pericolo è reale e se i lettori già sanno come andrà a finire, chi non conosce i fumetti lo scoprirà nel modo più doloroso. Non solo durante il film assistiamo a importanti perdite (Heimdall, Loki, Gamora), ma il Titano Pazzo riesce persino ad ottenere ciò che vuole: radunate tutte le gemme, schiocca le dita e metà dell’intero universo svanisce. Eroi compresi. Vediamo svanire come polvere nel vento tra i personaggi più amati, da Pantera Nera a Star Lord, da Groot a Spiderman. La morte di quest’ultimo è poi una pugnalata al cuore: sentendo di stare svanendo il ragazzo si aggrappa al suo mentore, Tony Stark, il quale non può fare nulla se non stringere il vuoto e rendersi conto che Thanos è riuscito nel suo intento, nonostante tutti i loro sforzi.

Avengers: Infinity War, una scommessa vinta

E non importa che, come fanno notare alcuni, la cui pedanteria è eguagliata solamente dalla noia che suscitano, gran parte del cast sia confermato per Avengers 4 (per cui ancora non c’è un titolo): se anche dovessero tornare tutti in vita (riecheggiano le parole del Dr.Strange quando dice: “Era l’unico modo”, facendo intuire d’aver intravisto la salvezza nel futuro), il dramma nel presente rimarrebbe reale. Il dolore e l’impotenza dei protagonisti non cambierebbero di una virgola. Leggere o assistere ad un racconto significa immergercisi, la base della narrazione è l’empatia coi personaggi: questo conta, non le mille congetture che si possono fare basandosi sulle dichiarazioni dei produttori. Come si può rimanere indifferenti nel vedere Tony Stark annichilito per non aver saputo proteggere il suo pupillo, o Rocket Raccoon piangere mentre anche Groot Jr scompare davanti ai suoi occhi, o comunque in generale il totale fallimento dei nostri eroi che si rendono conto di quanto accaduto e non possono fare più nulla a riguardo?

Quando leggo l’Iliade, so benissimo come andrà a finire, ma questo non cambia la partecipazione con cui vivo il racconto; non cambia la commozione nel vedere Achille riconsegnare il corpo martoriato di Ettore al padre piangente. Quando guardavo Dragon Ball, arrivato ad un certo punto della saga sapevo abbastanza bene che Goku e compagnia sarebbero stati di nuovo resuscitati con le sfere del drago, ma ciò non ha mai reso le loro avventure meno avventurose. Quando si gioca a Dungeons&Dragons, c’è una cosa che non è assolutamente concessa, forse più di ogni altra: il meta-gaming, vale a dire l’uso della propria conoscenza da giocatore per risolvere un problema all’interno del gioco. Questo perché si tratterebbe di una sorta di scorrettezza, certo; ma anche e soprattutto perché rovinerebbe l’atmosfera del gioco, negherebbe quell’immersione che è alla base del gioco e senza la quale non avrebbe senso riunirsi con dadi, schede e mappe. La stessa immersione che sta alla base della fruizione di un racconto, senza la quale non è possibile apprezzare Infinity War, per l’appunto.

Quando approcciamo un’opera, ci troviamo a vivere delle vite, letteralmente. Ma per fare questo, dobbiamo perdere noi stessi, dobbiamo uccidere noi stessi per far vivere i personaggi, per far vivere queste altre vite. Senza questo sacrificio, non c’è vita in una storia; senza questa immolarsi, non ci può essere alcuna storia.

Dice C.S.Lewis: “L’impulso primario di ciascuno è di conservare ed espandere sé stessi. Il secondo è di uscire da sé, per correggere il proprio provincialismo e curare la propria solitudine. In amore, nella virtù, nella conoscenza, e nell’apprendimento delle arti, noi facciamo questo. Ovviamente questo processo può esser descritto come un ampliamento o come un temporaneo annientamento di sé. Ma questo è un paradosso antico: ‘Chi perderà la propria vita la salverà’.