Due anni di studi alla facoltà di Lettere mi hanno convinto di una cosa: tutto è poetico tranne i poeti.

È importante ricordarlo per evitare di fraintendere lo scopo della poesia.

Il rischio è, infatti, quello di sottovalutare la poesia sopravvalutando il poeta.
In parole povere: c’è il pericolo di ridurre la poesia ad un esercizio intellettuale e nobilitante esercitato dal poeta sulla realtà.

Una prova di questo è il “MeP”.
Il “Movimento per l’emancipazione della Poesia” è, credo, un gruppo di universitari aperto a tutti. Scrivono anonimamente poesie e le affiggono per le strade e nelle facoltà.
I versi più belli che ho letto, sono quelli che contraddicono in pieno il loro manifesto.

Sul sito spiegano che “il MeP nasce dalle contraddizioni riscontrate nell’attuale società, consumistica e disattenta(…).
Il Movimento si struttura come un discorso in divenire basato sull’apporto attivo e continuo di una moltitudine eterogenea di militanti.”

Il problema è che “un discorso in divenire” è esattamente quello che la società “consumistica e disattenta” – che giustamente criticano – vuole.

Il consumo è per definizione diveniente, come la disattenzione, che cresce, diviene in ogni istante, ampliandosi sempre più, adattandosi alle esigenze mutevoli dell’istante.

In questo scenario qual è il poeta che fa più comodo?
Uno che non sia uomo ma “militante”, che sia quindi invaso da un’idea e non dalla passione per la realtà, per le cose.

“Continueremo a guardarci e a guardare la realtà che abbiamo attorno,” spiegano “fino a quando le condizioni che hanno generato il MeP non saranno radicalmente cambiate. Allora un movimento per l’emancipazione della poesia non avrà più senso di esistere.”

Ma questa è follia! Non si può porre un limite al “guardare la realtà”.

Il poeta non solo guarda costantemente alla realtà, ma ne resta perennemente ammaliato, commosso, toccato.

I poeti del MeP, col loro tappezzare intere città di poesie, sono eccessivamente insicuri.
Hanno legato inesorabilmente la loro poesia alle circostanze. L’idea è quella di avvicinare la poesia alla gente, ma qual è la proposta?
Se la poesia si contrappone unicamente a una deriva, significa che di questa deriva ne è un prodotto perché ne dipende. Se un domani la società consumistica dovesse sparire, sparirebbe anche la loro poesia.

Allora che senso ha? La poesia si riduce a filosofia. Diventa una disquisizione in versi sulle circostanze.

Ma la poesia è la fortezza che si erge contro la mutevole contingenza!
È sempre attuale perché non guarda al divenire ma alle costanti dell’animo umano, come tutta la letteratura.

Leggendo, nell’ “Enrico V”, il celebre discorso: “non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte. (…) Noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata”, nessuno sente il peso dei 400 anni passati dalla stesura dell’opera.
Lo sprono a combattere di Re Enrico si adatta alla lotta contro la tirannia e l’ingiustizia di tutti i tempi.
Il motivo è semplice: Shakespeare non racconta di “questo” uomo in “questa” società, ma dell’uomo nell’universo. E l’uomo è anche esigenza indiscutibile di giustizia e libertà.
Il discorso dell’ “Enrico V” è molto più efficace di qualsiasi critica diveniente a qualsiasi società diveniente.

Uno dei poeti anonimi del MeP, nella pascaliana “Noi”, scrive: “Che vengano le stelle/ e la loro flebile presenza/ a ricordarci che siamo solo noi/ nella vastità del tutto.”
Questi versi bellissimi sono quanto sia più lontano dal “discorso in divenire”. Esprimono la coscienza della fugacità umana di fronte alle immensità dell’universo: una costante che ha accompagnato la riflessione dell’uomo sull’uomo in ogni epoca.

Gilbert Keith Chesterton (anch’egli poeta), scriveva:“il poeta, se è grande, dichiara di esprimere solo il pensiero che tutti hanno sempre avuto.”

Fare poesia è un servizio.

La poesia è l’ultima delle arti, perché è la più grande. Non si può, come vuole il Mep, “restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite.”

La poesia, lo ripeto, è servizio. Non sta “al di sopra”, ma “al di sotto”. È un sussurro perentorio che ci ricorda che siamo fatti per grandi cose. Le è già stato dato il “ruolo egemone” sulle altre arti, per questo è diventata elitaria.

Il poeta è uno fra i tanti, che ha però un compito singolare. Lo spiega ancora Chesterton: “i poeti non si sono mai abituati alle stelle, e il loro compito è impedire che gli altri vi si abituino.”

Non ci si abitua quando ci si stupisce.

La poesia nasce da questo stupore, dalla consapevolezza razionale della piccolezza dell’uomo.
Essere consapevole della precarietà, desta la capacità di prendere atto della poeticità del reale.
Cos’è la poeticità? Il rimandare a una dimensione di Mistero che impregna tutto.
Anche il semplice fruscio del vento fa spalancare il poeta all’Eternità.
“E come il vento/ odo stormir tra queste piante” scrive nell’ “Infinito” Leopardi, “io quello/ Infinito silenzio a questa voce/ vo comparando: e mi sovvien l’Eterno.”

In questo contesto di continuo sconvolgimento per il Mistero che bussa alla porta della quotidianità, s’inserirsce il mandato sociale. Non vale il contrario!

La poesia non può essere determinata da una posizione (che sia anche ragionevole) di lotta contro la società, perché è molto di più: è l’anelito dell’uomo all’Infinito, il presentimento di non essere fatti per morire, la speranza di non essere davvero “solo noi/ nella vastità del tutto”.
L’avversione per le ingiuste condizioni sociali vi sono comprese, ma sono una parte del tutto.
Scambiare la parte per il tutto è ideologia.

Conseguenza dell’ “ideologia poetica” è l’autoreferenzialità del poeta e del fare poesia. La sua esaltazione, innalzarlo a “militante”, a combattente. Ma il poeta non combatte, resiste.
A cosa? Alla mutevolezza. A chi cerca di soddisfare l’esigenza perenne di senso e pienezza con risposte o idee da poco, che assecondino la moda del momento e la sete di guadagno del potere.

La verità è che non è il poeta a fare poesia, è il reale ad essere poetico!
Il poeta si limita ad indicare la misteriosa e struggente corrispondenza fra (ad esempio) un pomodoro e l’Infinito.