Jack Kerouac, il celebre scrittore che ha dato inizio al fenomeno della “beat generation”, torna a far parlare di sé.

In questi giorni, infatti, si sta tenendo a Varese una mostra dedicata ad alcuni disegni inediti dell’autore di “On the Road”.
Ne ha parlato recentemente Beatrice Cassina in un articolo scritto per “il Manifesto”.
La giornalista spiega che le illustrazioni di Kerouac, come i suoi libri, fanno emergere “un Ulisse perennemente in viaggio, continuamente alle prese con le proprie domande mai risolte, con i ricordi da cui cerca di trarre saggi insegnamenti.”
Precursore delle rivoluzioni che sarebbero poi arrivate,” prosegue, “della rivoluzione e liberazione sia sessuale che culturale, ha posto i presupposti per le tante contestazioni sia negli Stati Uniti che in Europa.”
È solo alla fine dell’articolo che Cassina afferma di sfuggita che nei quadri dello scrittore “troviamo il ribelle ma troviamo anche e soprattutto un Kerouac inaspettato con un grande coinvolgimento con i temi del sacro e cattolici”.

In realtà, quei “temi del sacro e cattolici” che Cassina liquida con un rapido accenno, sono ben presenti anche nei romanzi dello scrittore.
Il cattolicesimo è stato una componente determinante nella vita e nell’opera di Kerouac, molto più di quanto certa critica letteraria di sinistra voglia farci credere.

Fu l’autore stesso che in un’intervista fatta al New York Times, dichiarò esplicitamente: “io non sono un ‘beatnik’, ma un cattolico”.
Spiegò anche che il termine “beat”, da lui inventato ed inizialmente legato al “battito” ritmico del jazz, significava “beato”.
“Fu da cattolico” spiega Kerouac, “che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Mass., e a un tratto,(…) ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola ‘Beat’, la visione che la parola Beat significava ‘Beato’”.
Verrebbe da chiedersi se il Kerouac di certe dichiarazioni ed il giovane alcolizzato e donnaiolo che scrisse “Sulla Strada” siano la stessa persona.

Eppure è esattamente questa religiosità grezza, che non teme di mischiarsi col profano, quella tipica dell’America autentica e profonda, a cui la grande letteratura statunitense ha sempre dato voce.

È il caso di Herman Melville e del suo intramontabile “Moby-Dick”.
Un vero e proprio “romanzo biblico”, cioè costruito sulla Bibbia, continuamente citata, dove la caccia del capitano Achab alla terribile Balena Bianca assume le dimensioni di una sfida luciferina a Dio stesso.
Quella di Melville è una strabiliante profondità religiosa che si ritrova anche, per citarne un’altra, nei romanzi della cattolica Flannery o’Connor.

Ma quel che più stupisce, è che la sensibilità per il sacro tutta americana di questi autori strettamente legati al cristianesimo, è la stessa che troviamo anche in scrittori ben lontani dalla fede.

Pensiamo ad esempio a Mark Twain, amato per “le avvenure di Tom Sawyer” e “le avventure di Huckleberry Finn”.
Twain è sempre stato un personaggio controverso: da massone che era, ha alternato le sue battaglie contro ogni forma di razzismo e per l’abolizione della schiavitù, a dichiarazioni come: “i ‘nobili pellirosse’ sono (…) mendicanti privi di dignità, (…) affamati, perennemente affamati, anche se mangiano tutto quello che mangerebbe un maiale, senza però scartare ciò che persino quello rifiuterebbe”.
Con la stessa prosa colorita, si è scagliato spesso contro la religione.

Eppure, ciò che non tutti sanno è che Twain ha passato ben dodici anni a studiare la vita di Giovanna d’Arco. Alla grande santa cattolica dedicherà un’intera biografia, rimasta praticamente sconosciuta.
“Giovanna d’Arco è stata la meraviglia dei secoli”, spiega Twain, “Immacolata e pura, nella mente e nel cuore, nel linguaggio, nelle azioni e nello spirito. (…) È senza dubbio la persona più straordinaria che il genere umano abbia mai prodotto finora”.
Il libro è intitolato: “la vita e il processo a Giovanna d’Arco”. Mark Twain affermerà: “tra tutti i miei libri, ‘Giovanna d’Arco’ è quello che preferisco, ed è anche il migliore; lo so con assoluta certezza. Oltretutto, mi ha dato sette volte più soddisfazione di quanto non sia accaduto per uno qualsiasi degli altri miei lavori; dodici anni per prepararlo, e due anni per scriverlo. Gli altri libri non avevano bisogno di preparazione, ed in effetti non ne hanno avuta.”

Impossibile non citare anche il premio Nobel John Steinbeck (ateo), che nel suo “Al Dio sconosciuto” (il titolo è tratto dal discorso di San Paolo di Atti 17,23), racconta la storia di Joseph, un Alter Christus che per salvare le sue terre da una tremenda siccità, s’immola abbeverandole col suo stesso sangue.
Ed è proprio lo stile scarno, disincantato di Steinbeck che, aprendoci scenari di sconcertante desolazione, ci proietta in un’America assetata e disperata.
Non l’America fasulla e mediocre dei salotti popolati da radical chic newyorkesi, ma quella febbrilmente spirituale che, ieri come oggi, sembra gridare insieme a Kerouac: “cerco Dio. Voglio che Dio mi mostri il suo volto!”