Riteniamo la gravidanza e il “mettere al mondo un figlio” faccende femminili.

Insegniamo ai nostri figli maschi una sessualità che usa come un oggetto di piacere il corpo della donna, destinataria e vittima delle eventuali conseguenze.

Deleghiamo ogni responsabilità alla contraccezione quale soluzione d’avanguardia che ci rende liberi da qualsiasi controindicazione indesiderata, indicando al maschio, se questa fallisce, la via di fuga da ciò che deve rimanere un “problema” femminile.

Ci scandalizziamo però se l’uomo scappa vigliaccamente dalle sue responsabilità, o ancor peggio impone l’aborto alla donna, non riconoscendo in questo atteggiamento gravissimo il frutto della stessa logica che lo ha escluso dalla legge 194 e dalla custodia della vita e della maternità che sarebbe invece suo preciso e altissimo compito sociale a cui andrebbe richiamato.

È la mentalità abortista, ispiratrice dell’intera norma, a lasciare sulle spalle della donna tutto il peso di una decisione, che segnerà per sempre la sua vita oltre a quella del figlio e che viene presentata ingannevolmente come “libera scelta”.

È questa cultura di morte che non richiama l’uomo alla responsabilità di chi identifica il proprio figlio nel concepito e se ne riconosce padre.

Tutta l’assurdità della carica ideologica, intrinseca a questo pensiero, risulta ancora più tangibile quando altri uomini ci raccontano di essere stati gentilmente invitati a uscire dalla stanza di un consultorio, se si dichiaravano contrari all’aborto e a ogni ingiusta pressione in tal senso: non erano conformi allo stereotipo.

In altre parole la schizofrenia del sistema si può tradurre così: critichiamo l’uomo se vigliacco, però lo educhiamo ad esserlo e gli neghiamo ogni facoltà di iniziativa personale differente.

Anche i dati annuali dei Centri di Aiuto alla Vita ci dicono che ben il 39% degli uomini delle coppie da loro assistite si sono dichiarati contrari all’aborto.

È un dato che immagino sorprenda le stesse volontarie dei Cav, spesso abituate anch’esse a pensare all’uomo più come un antagonista da non coinvolgere che come possibile alleato a favore dell’accoglienza del figlio. Infatti del 36% degli uomini non è stata registrata alcuna reazione rispetto al possibile aborto. Questo dato racchiude sicuramente chi non ha voluto incontrare i volontari, chi è scappato all’annuncio di una gravidanza, ma anche chi non è stato neppure raggiunto da un invito al colloquio.

Purtroppo già nei nostri Centri all’uomo-volontario vengono solitamente affidati soltanto compiti che richiedano maggiore prestanza fisica: “aprire e chiudere”, “accendere e spegnere”, “caricare e scaricare” e poco di più. Tutte funzioni utilissime nella gestione di un’associazione, ma che credo nascondano il timore che l’uomo non possa fornire un supporto diretto alla donna e alla coppia perché, e ci risiamo, “cosa da femmina”.

Per assurdo quindi nei Cav si riserva all’uomo la stessa marginalità che professa la legge 194.

La sola analogia dovrebbe scandalizzarci.

Inoltre, come spiega il prof. Vanni nel suo libro “L’uomo e l’aborto”, 4 uomini su 10 che hanno vissuto l’aborto soffrono di disturbo post-traumatico da stress di tipo cronico che si manifesta in media entro i primi 15 anni dopo l’evento.

Questi dati ci chiariscono una volta per tutte che la nostra è una rappresentazione distorta della realtà.

Sono profondamente convinto che sarebbe quindi necessario e rivoluzionario mirare finalmente a una funzione più centrale dell’uomo nei Cav.

Spesso la donna che incontriamo ha rinunciato da tempo ad esigere che le sia riconosciuta dignità e stima anche nell’intimità di coppia, per cui quando incontra un uomo che, in maniera disinteressata, dedica attenzione a lei e a quel figlio inatteso, riacquista coraggio, smette di sentirsi sbagliata, anzi trova la libertà di esprimere i più sinceri desideri, anche tra mille ostacoli.

Da qui si riconosce che il linguaggio maschile, la voce, l’approccio concreto e diretto, sono un apporto prezioso sia nel dialogo con la coppia che in quello con la donna stessa in difficoltà.

Quante volte incontriamo, nei nostri Centri, donne che ci confidano di vivere il sesso come un obbligo, con la paura che possa derivarne un’altra gravidanza e un probabile aborto?

Di fronte a queste confidenze possiamo distinguerci dal mondo, che propone superficialmente la contraccezione quanto l’aborto, intraprendendo un cammino di vera promozione della persona che consenta all’uomo e alla donna di riconoscersi non come corpi finalizzati al vuoto piacere, ma come piacevole dono reciproco.

Al contrario indicare semplicisticamente la via contraccettiva si traduce in un desolante “mi dispiace, ma puoi solo rimanere schiava del tuo uomo limitando i danni”.

In questi argomenti così delicati, chi più di un volontario, uomo a sua volta, può essere in grado di parlare ad un altro ed essere di stimolo?

Ricordo ad esempio il colloquio con una coppia, in dubbio se accogliere il quarto figlio. Il marito, parlandomi da parte, mi disse che lui in realtà l’avrebbe voluto quel figlio, ma che lavorando tutto il giorno ed essendo spesso assente, si sentiva egoista nel suggerire alla moglie di “tenerlo”, dato che se ne sarebbe dovuta occupare lei. Io lo aiutai a comprendere che in quel momento non era certo chiamato a lasciare il lavoro o a rinunciare al figlio, ma solo a difenderlo e che la moglie attendeva unicamente di condividere il “sì”.

Quando tornammo da lei, lui rivelò il suo desiderio e lei esplose in una commozione di gioia perché stava solo aspettando il suo sì, perché era figlio di entrambi, perché per amore si moltiplicano le energie e il tempo si dilata. Perché per amore si può tutto.

Infine, come dicevo, non sottovalutiamo neppure il supporto del volontario uomo alla donna.

A conferma ricordo le parole che mi disse una ragazza piangendo, cacciata dal padre e lasciata dal fidanzato: “Nel momento più importante della mia vita vengono a mancare tutti gli uomini della mia vita”.

Credo che in casi simili sia fondamentale avere accanto un uomo, seppur sconosciuto, che evidenzi l’importanza di quel figlio anche per l’occhio maschile e che chi scappa non ha giustificazioni, ma è solo un perdente.

Auspico quindi che, anche come Movimento per la Vita, si inizi a fare la differenza rivalutando l’uomo come tale, perché l’uomo e la donna si riconoscano entrambi, come meritano, alleati per la vita.

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Claudio Larocca
Claudio Larocca, 38 anni di Torino ma con origini pugliesi e lucane che hanno influenzato la mia impulsività e la fin troppa schiettezza. Incontrare il Signore da adulto ha stravolto la mia vita e mi ha condotto su strade inaspettate. A 19 anni, portando avanti la mia passione per la musica e il canto, ho scritto una canzone pensando di essere il padre di un figlio condannato all’aborto, dopo aver affrontato per la prima volta in modo maturo l’argomento con quella che allora era la mia fidanzata e che oggi è mia moglie. A 22 ho ricevuto la Cresima e a 26 ho ricevuto la proposta di diventare presidente del Centro di Aiuto alla Vita di Rivoli. Fin da subito con la mia fidanzata mi sono dedicato alla vita nascente non solo tramite dibattiti e opportunità formative ma soprattutto incontrando le donne, le mamme che stavano vivendo il dramma di valutare l’aborto per loro stesse e il figlio, confutando l’idea che gli uomini e ancor meno i ragazzi non possano farsi anch’essi interpreti della difesa della vita. Sono seguiti incarichi come Dirigente del Movimento per la Vita, responsabile Giovani regionale e quest’anno Presidente di Federvi.P.A. (Federazione dei Cav e dei Mpv di Piemonte e Valle d’Aosta). In parallelo ho continuato il percorso di fede iniziato con alti e bassi, ma con l’inestimabile sostegno della Madonna de La Salette a cui sono devoto. Mi sono sposato e sono padre di Simone di quasi 9 anni. Dal punto di vista professionale nello stesso anno del mio matrimonio ho conseguito il titolo di Consulente del Lavoro. L’attività lavorativa mi ha consentito di acquisire competenze in materie giuslavoristiche e di gestione del personale. In ogni ambito della mia vita, associativo e professionale amo approfondire e mettermi continuamente in discussione e alterno approcci a volte contradditori, perché sono molto esigente verso di me e verso gli altri, a volte capace di giudizi taglienti ma anche di lasciarmi intenerire e commuovere facilmente, come quando mi rivolgo ai ragazzi per discutere in merito all’affettività e alla preziosità della sessualità umana e soprattutto quando ho l’occasione unica di incontrare le donne già mamme che, schiacciate dal giudizio di un mondo disumano, vogliono sacrificare il proprio figlio e loro stesse.