L’amico Giovanni ha detto la sua sul nuovo capitolo, anzi spin-off della saga di Guerre Stellari, accusando (giustamente) il pubblico di non aver apprezzato abbastanza un’opera che, pur non essendo eccellente, avrebbe meritato al botteghino un risultato migliore di quello ottenuto. Pare infatti che Solo: a Star Wars Story sia la pellicola della serie coi risultati più deludenti tra tutte. Il motivo? Secondo Giovanni, il moralismo spicciolo di un pubblico che non può o non vuole parteggiare per un personaggio così controverso come quello di Han Solo.

In parte concordo con lui: molti, moltissimi hanno negli ultimi anni imparato a ragionare per compartimenti stagni, schematicamente; così una canaglia dal cuore d’oro come Han Solo risulta per essi difficile da digerire. Siamo in un mondo profondamente moralista, questo è vero. O si è buoni o si è cattivi; o, almeno, l’esser buoni o cattivi dev’essere ben definito, non può esserci spazio per certi chiaroscuri. Al massimo ci possono essere buoni che diventano cattivi e viceversa. Ma questa ragione non è così forte come crede Giovanni. In fondo la figura di Robin Hood, che lui stesso richiama, è ancora oggi apprezzata (per quanto i registi tentino di deformarla); Lupin, il ladro gentiluomo, esercita ancora il suo fascino, tra film e adattamenti giapponesi.

E d’altronde, lasciando da parte ladri e contrabbandieri, di figure controverse è piena la letteratura, compresa quella cinematografica. Batman è un personaggio assolutamente ambiguo, che non uccide e opera per il bene, ma agisce senza dubbio al di fuori della legge e con metodi che non lasciano di certo indifferenti. Nella trasposizione cinematografica di Christopher Nolan, all’inizio di Batman Begins, un esule Bruce Wayne dice in una sorta di implicita dichiarazione d’intenti: “La prima volta che ho rubato per non morire di fame ho perso molta della supponenza legata al semplicistico concetto di giusto o sbagliato”. Per tutti e tre i film, infatti, si trova sempre a dover scendere a compromessi, pur di salvare la città e le persone che ama. Quando deve rintracciare il Joker per sventare il suo folle piano, alla fine de Il Cavaliere Oscuro, si abbassa persino a spiare ogni singolo cittadino di Gotham attraverso i telefoni cellulari; un atto sconsiderato, agli occhi nostri e del suo braccio destro Lucius Fox, ma evidentemente necessario per un bene più grande.

Eppure Batman piace. Anzi, il suo fascino è dovuto proprio alla sua ambiguità, all’oscurità che lo circonda; oscurità che ne lascia intravedere soltanto una sagoma, mentre l’insieme rimane celato agli occhi dell’uomo comune. Batman si può spingere dove la legge non arriva, dove la morale sarebbe solo un ostacolo; è “l’eroe che Gotham merita ma non quello di cui ha bisogno”. Allora perché Batman sì e Han Solo no?

Ci sono due motivi che hanno reso Solo: a Star Wars Story un fallimento agli occhi del pubblico.

Innanzitutto Han Solo non è eroico; non come lo è Batman. Il contrabbandiere della “galassia lontana lontana” è soltanto un criminale qualunque, non ha una calzamaglia; è solo un ladro, per giunta sbruffone e strafottente, uno che se ne infischia delle regole perché non gli vanno giù e non per compiere chissà che bene più alto. Persino quando trova il suo posto, come generale della Ribellione, non resiste per molto; e difatti nella nuova trilogia lo troviamo ancora a schizzare in giro per la galassia col suo fedele Chewbacca. Han Solo è sfuggente tanto per i caccia imperiali quanto per la mente di un pubblico moralmente pigro. Egli si trova a compiere comunque il bene, poi, perché in fondo è un uomo buono. Ma la massa non può accettare un intero film dedicato a questo tipo di eroismo. In fondo Sawyer in Lost, altro personaggio citato da Giovanni, è certo un novello Han Solo, popolare quanto solo un bad boy può esserlo; ma non è il protagonista della serie, come lo è invece Jack.

Il secondo motivo, forse meno preponderante, ma che secondo me ha svolto un ruolo determinante alla fin fine, è il casting. Harrison Ford ha la sua età e un giorno, vicino o lontano che sia, passerà a miglior vita: non è possibile pensare di legare indissolubilmente a lui la figura di Han Solo. Ma per qualcuno dovrebbe essere così. Ci sono molti fan della saga che si sono rifiutati di vedere il film perché “non può esserci Han Solo senza Harrison Ford”. Bella fregatura sarebbe se dovessimo rinunciare a raccontare storie perché gli attori invecchiano e muoiono; eppure così funziona nella testa di alcuni.

Per fortuna non per tutti, così finalmente la Disney ci ha consegnato la storia delle origini del contrabbandiere più famoso della galassia; di come cioè Han è diventato Solo, di come ha conosciuto il suo peloso e rumoroso amico di sempre e, infine, di come ha percorso la ormai celeberrima rotta di Kessel in 12 parsec.

Per il resto, c’è solo da sperare che si possa educare la massa ad essere un po’ meno assolutista, un po’ meno moralista e un po’ meno schematica. Insomma, c’è in me la speranza che si possa mostrare al pubblico che oltre al nero e al bianco esiste una vasta scala di grigi.