Oggi il termine  populismo è uno dei più usati per tentare di comprendere l’evoluzione sociale e politica che sta sconvolgendo tante certezze: sono molti gli studiosi che cercano di darne una definizione esaltadone comunque un’ accezione negativa contrapposta al concetto stesso di democrazia. In politica è una delle parole a cui si ricorre per tentare di screditare l’avversario ormai visto nella sola dimensione del nemico accettando così, di fatto, la stessa impostazione populista.

1. POPOLARISMO VS POPULISMO: NIENTE FRONTI MA TORNIAMO ALL'IDENTITA'

La domanda che tanti si pongono è questa: il populismo ha vinto?

La risposta non è semplice ma ha un punto di partenza probabilmente semplice: il populismo cresce grazie alla progressiva estraneità tra politica e popolo, ad una costante disintermediazione sociale, ad un individualismo esaltato da una economia spersonalizzata ed una comunicazione social che ha preso il posto dei bar e corre veloce senza badare alle storture di un potere di parola presunto onniscente. Se la democrazia è una parola formata da  demos , il popolo e  cratia , potere, essa prevederebbe politici capaci di essere avanguardia di un popolo mentre oggi la cratia è diventata retroguardia delle pance dando l’illusione di un’appartenenza totale al popolo perchè mischiata con esso ed i suoi istinti che dettano un cammino senza mappa, cioè senza visione positiva ma ben narrato attraverso convincenti operazioni di comunicazione molto spesso poco veritiere..

Ma cosa è davvero successo?

Col massimo rispetto per gli studiosi attuali pare interessante riandare alle riflessioni di un filosofo svizzero Henri-Frédéric Amiel che nel 1871 ha scritto parole illuminanti dando atto che la democrazia rischia di logorarsi a causa delle frustrazioni degli individui che possono arrivare a fare confusione tra partecipazione e sfogatoio, di un politically correct che assume i panni di un’ ideologia elitaria che perde i contatti col popolo e confonde élites, lobbies con assoluti in contrapposizione con esso che in tal modo cercano di imporre un vero e proprio radicalismo di massa. Amiel infatti scriveva nel suo  Jurnal intime quasi col tono di una profezia che oggi osserviamo a rischio di realizzazione: «Le masse saranno sempre al disotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà e la democrazia arriverà all assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del principio astratto dell’uguaglianza che dispensa l ignorante dall istruirsi, l’imbecille dal giudicarsi, il bambino dall’essere uomo e il delinquente dal correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga».

Amiel, calvinista, scrive immerso completamente in quel protestantesimo che regge lo sviluppo di un capitalismo arrembante che alla fine arriva a travolgere la politica mettendola in posizione ancillare travolgendo le istituzioni democratiche stesse che diventano per il popolo dei corpi estranei, delle belve pericolose da addomesticare, restando nell’immaginario comune l’auspicio di trasformarle in simulacri sdentati, cancellando la loro funzione mirabilmente individuata da uno dei padri dell’Europa, Jean Monnet che, riprendendo proprio Amiel, afferma nel suo  Cittadino d’Europa : «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi gradualmente». Ma alla fine questa saggezza non è poi la saggezza di un popolo che ritrova il bene comune? Non è ciò che cerca di preservare la Costituzione che come ebbe ad affermare Giorgio La Pira è programma di popolo? Non dimentichiamo ciò che disse don Luigi Sturzo: ”La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà”. Il populismo non rischia, come reazione a ciò che mirabilmente ha descritto il citato filosofo svizzero, di essere in ultima analisi una manomissione e svuotamento dei principi costituzionali che impastano la saggezza di un popolo? Mettersi al servizio di tale saggezza non significa che la politica ritrova la sua funzione di avanguardia? La fiducia così concepita nelle istituzioni non è fiducia popolare che oltrepassa gli istinti, combatte le alienazioni del politically correct, permette di riscoprire un umanesimo integrale che, ritrovando l’uomo e la sua centralità, supera la reazione populista alle distorsioni di un’economia disumana e sfruttatrice e di un radicalismo che fomenta una profonda crisi antropologica?

Ritrovare questa saggezza significa impedire dunque lo svuotamento delle istituzioni e preservare la democrazia che ha bisogno di un popolo consapevole, non disponibile ad un suo stravolgimento di natura totalitaria che inizia sempre, come afferma Hannah Arent, dal disprezzo di quello che si ha, da un popolo trasformato in massa di isolati impauriti solo appiccicati l’un l’altro, da una comunicazione ufficiale che, giocando sulla libertà, tende alla disinformazione di parte che porta a non credere più a nulla con un popolo a questo punto incapace di decidere (cfr. H. Arent in  HYPERLINK “http://www.nybooks.com/articles/1978/10/26/hannah-arendt-from-an-interview/”The New York Review  HYPERLINK “http://www.nybooks.com/articles/1978/10/26/hannah-arendt-from-an-interview/”of Books, 26 ottobre 1978).

E’ qui che si può inserire la considerazione che il populismo è alternativo al popolarismo, a quella idea democratico cristiana che porta in sé quel principio di non appagamento di cui ha parlato Aldo Moro 1. POPOLARISMO VS POPULISMO: NIENTE FRONTI MA TORNIAMO ALL'IDENTITA'e che impedisce, proprio grazie alla lezione morotea, di applicare una semplicistica contrapposizione frontista e conservatrice richiamata dal radicalismo odierno  al populismo di oggi come fu ieri per il comunismo: ”Il nostro anticomunismo non è un tortuoso e inefficace anticomunismo di tipo conservatore il quale vada suscitando i temi e le esigenze ai quali poi il comunismo si abbarbica; non è il nostro un anticomunismo che faccia affidamento sulle armi, del resto vane, della compressione della personalità umana e del sopruso del potere. E’ stato da sempre il nostro, e tale vuole rimanere, un anticomunismo democratico, che nasce dall accettazione senza riserve della democrazia, si avvale delle armi della democrazia, ha di mira non una repressione, con la forza, di masse inquiete, ma la restaurazione di una ordinata società democratica. Siamo per questo insensibili ai generici richiami dell antifascismo, alla richiesta comunista di una sorta di solidarietà in nome dell’antifascismo“ (A. Moro, 5 agosto 1960). Dunque all’anticomunismo democratico di ieri non può non corrispondere un antipopulismo democratico di oggi.

(continua…)